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Come il mondo ha armato le dittature arabe

Mortai contenenti munizioni a grappolo dalla Spagna, pistole, fucili, proiettili d’artiglieria di 155 millimetri e mezzi blindati dall’Italia… È grazie a queste e a tante altre forniture che, dal 2005, il regime libico di Muammar Gheddafi ha potuto incutere terrore alla sua popolazione fino a commettere, nella prima metà di quest’anno, crimini di guerra.

Dev’essere rimasto sorpreso, il colonnello, quando dopo tutto questo afflusso di armi, alcuni dei fornitori gliele hanno rivolte contro nel giro di poche settimane finendo poi per armare i suoi avversari.

Il caso della Libia è solo uno dei cinque descritti in un rapporto di 100 pagine reso pubblico oggi da Amnesty International, in cui l’organizzazione denuncia come, prima dell’inizio della “primavera araba”, Stati Uniti, Russia, e svariati paesi dell’Unione europea abbiano fornito grandi quantità di armi alla Libia così come anche a Bahrein, Egitto, Siria e Yemen, pur avendo le prove del rischio che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Va sottolineato che, almeno per quanto riguarda Usa e Unione europea, si tratta di forniture ufficiali, autorizzate dai governi e documentate.

Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia e Stati Uniti d’America sono, per quantità di forniture e valore delle esportazioni, i principali paesi messi sotto accusa dal rapporto di Amnesty International. Ce n’é anche per la Cina, che ha rifornito la Libia di Gheddafi di mine anticarro, e per l’India, che ha dato veicoli blindati alla Siria.

“I governi che ora affermano di stare dalla parte della gente in Medio Oriente e Africa del Nord sono gli stessi che fino a poco tempo fa hanno fornito armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici in paesi come la Tunisia e l’Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Siria e Yemen”.

Sono le parole di Helen Hughes, ricercatrice sul commercio di armi di Amnesty International e principale curatrice del rapporto odierno.

I governi possono cambiare strategie politiche, osannare Gheddafi per poi blandire il Cnt. Ma le armi fornite anni prima restano in uso, magari passando di mano in mano.

E, a differenza dei litri di latte, non scadono velocemente. Buona parte dell’artiglieria pesante rinvenuta in Libia dai ricercatori di Amnesty International pare essere stata prodotta durante l’era sovietica. Il fornitore non esiste più ma le forniture sì: i razzi Grad hanno fatto stragi che chiamano in causa tanto le forze leali a Gheddafi quando i gruppi ribelli.

Secondo i dati esaminati da Amnesty International, Bulgaria, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Stati Uniti d’America, Turchia e Ucraina hanno fornito assistenza militare o autorizzato esportazioni di armi, munizioni e relativo equipaggiamento allo Yemen, dove quest’anno hanno perso la vita circa 200 manifestanti.

In Siria, i morti sono stati finora almeno 2000. Il principale fornitore di armi è la Russia, che destina al governo di Damasco circa il 10 per cento di tutte le sue esportazioni. Questo dato potrebbe spiegare l’insistenza di Mosca nel porre il veto al Consiglio di sicurezza nei confronti delle proposte di risoluzione contro la Siria. Cui, peraltro, anche la Francia, dal 2005 al 2009, ha venduto munizioni. Dell’India e dei suoi veicoli blindati, abbiamo riferito sopra. E a proposito di carri armati usati per la repressione in Siria, una denuncia investe direttamente l’Italia.

A dare man forte agli ultimi anni del regime di Mubarak in Egitto sono state le forniture, da almeno 20 stati, di armi leggere, munizioni, gas lacrimogeni, prodotti antisommossa ecc. In testa gli Stati Uniti d’America, con forniture per un miliardo e 300 milioni di dollari all’anno, seguiti da Austria, Belgio, Bulgaria, Italia e Svizzera.

Esaminiamo da vicino il caso del paese meno noto, il Bahrein. Lo hanno armato e preparato all’attuale repressione, autorizzando le relative esportazioni, Austria (armi leggere), Belgio (armi leggere e munizioni), Finlandia (fucili e cartucce), Francia (armi leggere, gas lacrimogeni e granate stordenti), Germania (fucili d’assalto, parti di mezzi blindati e mitragliatrici), Italia (armi leggere), Regno Unito (mitragliatrici), Stati Uniti (fucili, gas lacrimogeni, manganelli e altre sostanze chimiche) e Svizzera (armi leggere).

Il rapporto di Amnesty International prende atto che quest’anno la comunità internazionale ha fatto alcuni passi avanti, limitando i trasferimenti internazionali di armi a Bahrein, Egitto, Libia, Siria e Yemen.

Ma, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, serve qualcosa di più e di meglio di un intervento a crisi dei diritti umani in atto. Dice ancora Helen Hughes, con un filo di ottimismo:

“Ciò di cui il mondo ha bisogno è che si valuti rigorosamente e caso per caso ogni proposta di trasferimento di armi in modo tale che, se vi è il rischio sostanziale che queste potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani, il governo dovrà mostrare semaforo rosso. Questa ‘regola aurea’ preventiva è già contenuta nella bozza di Trattato sul commercio delle armi, i cui negoziati riprenderanno all’Onu il prossimo febbraio”.

Speriamo che questa “regola aurea” si affermi.

Scarica il rapporto di Amnesty Internetional (in Inglese)

Categories:   Politica, Società/Cultura