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ott
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La democrazia diretta e la Puglia

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Se c’è un politico che più di tutti gli altri riempie i propri discorsi con riferimenti alla partecipazione e alla democrazia diretta è sicuramente Vendola attuale Presidente della regione Puglia. E dovrebbe essere proprio in questa regione che bisognerebbe cercare traccia di questa volontà per dare un minimo di credibilità alle tante dichiarazioni rese in quest’ambito e di conseguenza dare un minimo di credibilità a questo personaggio politico che su diversi argomenti sempre più spesso mostra una netta dissonanza tra ciò che dice e ciò che in realtà fa.

Analizzando quindi l’argomento la prima cosa che salta all’occhio è che la legge regionale pugliese sulla partecipazione è datata 1973 e da ciò si evincie immediatamente che in questi ormai sette anni di governo regionale il grande sostenitore della partecipazione e della democrazia diretta ha ritenuto di non dover legiferare in merito. Ipotesi confermabile anche dal fatto che in tale periodo non risulta presentata una ben che minima proposta sull’argomento ne dal Presidente ne tanto meno dal gruppo consiliare del partito di cui si è proclamato leader. Forse la legge in questione è già idonea a soddisfare le esigenze di partecipazione e democrazia diretta da tempo richieste dai cittadini e più volte reclamate anche dallo stesso Vendola nei suoi comizi e slogan pollicitari?

Basta leggere il testo della legge (qui) e dello statuto regionale (qui) per rispondere negativamente a tale domanda. Infatti, i mezzi a disposizione dei cittadini per esercitare i loro diritti di partecipazione sono decisamente scarsi e anche quei pochi previsti presentano una serie di parametri che di fatto rendono l’iter farraginoso e di difficile utilizzazione.

Referendum. Così come a livello nazionale è previsto eclusivamente il referendum abrogativo con raggiungimento del quorum, mentre non vi è traccia di quello propositivo. In una regione dove realmente si vogliono introdurre dei metodi di democrazia diretta il referendum propositivo e l’eliminazione del quorum dovrebbero essere il primo passo da svolgere. Ma i cittadini hanno comunque la possibilità di proporre leggi, obbietterà qualcuno. Certo ma in questo caso sarà comunque il consiglio regionale a decidere se approvarla o meno indifferentemente dal numero di cittadini che la vorrebbero approvata, mentre col referendum la proposta sarebbe direttamente approvata o bocciata  dai cittadini e la politica volente o dolente sarebbe costretta ad adattarsi alla decisione. Anche il numero di firme, proprio per favorire l’utilizzo dell’istituto e la partecipazione popolare, non dovrebbero essere un carico eccessivo per promotori. Attualmente sono richieste non meno di 50 mila firme che paiono decisamente eccessive se confrontate alla popolazione regionale. Se per indire un referendum nazionale ne bastano 500 mila e la popolazione nazionale si attesta intorno ai 60 milioni, in una regione con poco più di 4 milioni  di abitanti (6% di quella nazionale) ritengo che 25 mila firme siano più che sufficienti per far indire una consultazione referendaria sia essa di tipo abrogativo che consultivo.

Proposta di legge di inziativa popolare. 15 mila le firme oggi richieste per presentare una legge al consiglio regionale, una cifra esagerata se pensate che in Lombardia col doppio della popolazione ne bastano 5 mila. La raccolta di un numero così alto di firme per una proposta che poi deve essere giudicata dal consiglio scoraggia i più tant’è che l’utilizzo di questo istituto in Puglia è caso raro. Personalmente ritengo che 3 mila firme siano un numero più che sufficente per scomodare la casta a prendere in esame una proposta del popolo.

Autenticatori. Se è giusto che qualcuno si assuma la responsabilità di dichiarare autentiche le firme raccolte per proposte di legge o referendum, tale attività non può essere riservata a specifiche categorie di persone. La normativa attuale consente, infatti, tale attività a consiglieri comunali e provinciali, giudici di pace, notai, cancellieri di corte d’appello, tribunali, pretura e procura, sindaci e pres. di provincia e funzionari da questi delegati, ma nessuno di questi ha l’obbligo di fornire la propria disponibilità a svolgere tale operazione. Da ciò se ne evincie la possibilità che alcune proposte, in particolare quelle particolarmente indigeste alla casta politica e agli interessi dei loro amici e compari, potrebbero trovare difficoltà proprio nel reperire tali figure rendendo impossibile la presentazione della proposta. Da qui la necessità di ampliare tale possibilità ad altri soggetti. Nello specifico penso che ai promotori di una proposta o di un referendum debba essere data la possibilità di nominare a tale funzione un qualsiasi cittadino in possesso dei diritti civili e politici il quale potrà così autenticare le firme raccolte nel comune o provincia in cui risiede assumendosi la totale responsabilità delle autentiche effettuate. Non si capisce infatti che garanzie possa dare in più un consigliere comunale o provinciale rispetto ad un onesto cittadino nello svolgimento di questa attività. Resta fermo il diritto della regione di poter effettuare controlli e verifiche, come già è possibile oggi.

Certificazioni. Enorme e inutile lavoro che impone ai promotori un lavoro estenuante tra carte, fax, solleciti e giornate intere passate ad ordinare moduli su cui si sono raccolte le firme e certificati di iscrizione nelle liste elttorali. La legge infatti, sia quella nazionale che regionale, impone che ogni firma debba essere accompagnata dalla certificazione rilasciata dagli appositi uffici comunali attestante l’iscrizione alle liste elettorali del firmatario. La cosa è abbastanza semplificata quando su un modulo firmano esclusivamente cittadini residenti nello stesso comune, in questo caso lo si invia all’uffico comunale competente che provvede a certificare ogni singolo firmatario. Gli errori non mancano ed alcune firme pur valide vengono comunque perse durante queste operazioni, ma comunque il tutto è accettabile e soprattutto sopportabile. La cosa si complica invece quando sul modulo vi sono firme di persone residenti in diversi comuni. In questo caso bisogna inviare ad ogni comune, anche via fax, la richiesta per ogni sottoscittore e già potete immaginare cosa voglia dire tutto questo di fronte a migliaia di firme e di centinaia di comuni coinvolti e non mancano certo  i casi in cui non si riceve alcuna risposta e vanno inviati anche i solleciti. Quando poi i certificati arrivano, essi vanno suddivisi all’interno dei vari moduli col concetto di una firma un certificato. Chi ha nella propria vita partecipato a questo tipo di attività sà benissimo di che cosa sto parlando, gli altri invece si immaginino migliaia di cerificati e per ognuno ti devi sfogliare centinaia di moduli alla ricerca di quel firmatario che corrisponde al certificato che hai in mano. Giornate, nottate e litri di caffè sono testimoni di tutto questo. Tutta questa attività va eliminata immediatamente, il raccogliere corretamente i dati anagrafici dei firmatari associato ad un controllo a campione su una determinata percentuale degli stessi da parte degli uffici regionali sono sicuramente una valida alternativa. A chi risponde che questo, per varie norme nazionali, non è possibile faccio notare che in Lombardia l’obbligo di certificare le firme è stato abolito già nel lontano 1981.

Il desiderio di partecipazione dei cittadini è ormai palese, le chiacchere dei politici innondano gli inutili quanto aridi discorsi e gli strumenti a disposizione dei cittadini stanno a zero. Non arrendersi rimane comunque  la parola d’ordine.

Categorie : Politica