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Ragazzi del sud

Ricevo e volentieri pubblico

Abbiamo letto cosa sarà la nostra terra nei prossimi anni: spopolata, con due milioni di ragazzi in meno, con tanti più vecchi, soprattutto quasi senza lavoro. La terra che continuava a dare figli alla patria non fa più neanche figli, ne fa addirittura meno del Nord. E quelli che fa, sono destinati ad andar via, a volare come rondini tristi verso le nebbie. Perché, nonostante tutte le chiacchiere, anzi nonostante tutte le menzogne dei nostri politici, non solo il divario col resto del Paese aumenta invece di diminuire, ma ora addirittura il Sud non cresce più neanche quel poco di prima. Si avvera la triste sentenza: un Sud in cui i giovani partono, i bambini non nascono, i vecchi muoiono.

Io non sono un esperto. Ma mi chiedo come si faccia a essere ottimisti se anche la manovra contro la crisi è stata una manovra contro il Sud. L’aumento dell’Iva invece della tassa sui patrimoni sarà sofferto di più al Sud i cui consumatori sono meno facoltosi. E quanto ai tagli agli enti locali, ovvio che ne soffriranno più i sindaci del Sud. Loro hanno dietro la porta i disoccupati, gli sfattati, gli anziani in cerca di assistenza. I sindaci del Nord devono magari occuparsi del tipo di erbetta per i loro prati all’inglese.

“Tsunami” demografico, è stato definito ciò che avverrà. Uno spreco di giovani come me: uno su tre non lavora. Senza contare quelli che ormai né studiano, né lavorano, né un lavoro lo cercano più. Carne morta. In nove anni ce ne siamo andati dal Sud in 583 mila, quasi 70 mila l’anno. Ma sono di più perché alcuni continuano a conservare il loro domicilio qui prima di arrendersi. E siamo una emigrazione in buona parte intellettuale, diplomati o laureati. Siamo l’emigrazione col trolley e il computer, dopo i bastimenti per terre assai lontane, dopo le terre al sole, dopo le valigie di cartone.

Noi meridionali abbiamo sempre dovuto andarcene perché non c’era mai posto per noi, abbiamo dovuto toglierci dalle scatole per far stare meglio gli altri. Non siamo esseri umani, siamo ammortizzatori sociali. I nostri genitori spendono per noi, dalle elementari in poi, una media di 100 mila euro. Quando siamo belli e pronti per far crescere il nostro Sud, ci dobbiamo regalare chiavi in mano al Nord. Che beneficia della spesa del Sud. Immettendoci in quel sistema che produce ciò che è in gran parte acquistato dal Sud: il quale così paga due volte.

Si è giustamente scritto che dal “brain drain”, dalla fuga dei cervelli, siamo passati al “brain waste”, lo spreco dei cervelli. Enorme. Poi dicono che noi giovani del Sud cominciamo anche a non iscriverci più all’università: dobbiamo ancòra essere presi in giro? Io mi sono ammazzato per laurearmi, i miei non vivono nell’oro, ho dovuto fare lavoretti e studiare quando gli occhi si chiudevano. Ma vedevo ancòra il mio futuro come una carta bianca sulla quale disegnare di tutto, pensavo a fare della mia vita un’opera d’arte. Ora invece di impostare questo mio domani, imposto curriculum da mandare in giro senza mai una risposta.

Vedo miei amici ingegneri umiliati nei call center, laureati in economia alla cassa dei supermercati, laureati in fisica riparare i computer. Ma vedo anche tanti altri che si trascinano, è come se un giorno dopo l’altro la nostra vita se ne andasse. E sento tanti figuri continuare a dire che ci dobbiamo dare da fare, ci dobbiamo rimboccare le maniche, non dobbiamo stare sempre a lamentarci. Gente che magari continua a vivere di politica per generazioni, che si permette di fare la lezione. Soprattutto politici meridionali che non reagiscono mai, fanno un po’ di teatrino nei convegni, dicono dobbiamo fare questo e quest’altro e non si capisce a chi lo dicono visto che a farlo dovrebbero essere loro.

Non sono qualunquista, ma capisco l’antipolitica. Nei prossimi vent’anni un giovane meridionale su quattro se ne andrà. Io sto per farlo. Vorrei restare qui non tanto perché di questi tempi sia scandaloso partire, ma perché mi ribello all’idea che debba essere un destino, che noi del Sud dobbiamo andare sempre a cercar altrove la nostra terraferma. E come faccio a metter casa, come faccio a non vergognarmi con la mia ragazza, come faccio a reinventami ogni sei mesi quand’anche mi diano almeno un contratto così? Non voglio fare la lagna, ma essere precari ti prende al cervello, si è come malati che non possono pensare alla prossima estate: ce la faranno?

Mi dispiace lasciare i miei vecchi qui, magari potrebbero avere bisogno di me. E so che forse resterò per sempre lì, anche perché leggo che, più ce ne andiamo, più sarà difficile tornare perché sarà sempre peggio. Spero che non mi prenda la rabbia e non mi ritrovi a odiare la mia terra. Li vedo quelli che scendono a casa una volta al mese, li vedo i treni la domenica sera: senza malinconia e senza allegria. Solo un filo spezzato finché il capotreno non fischia.

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