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Restiamo umani

Prendete una scatola di cartone e chiudeteci dentro dei micetti. Adesso con tutto il vostro peso saltateci sopra finché non sentite le ossicine scricchiolare e l’ultimo miagolio spegnersi. Diffondete il video di questa azione e immediatamente vedrete alzarsi a gran voce l’indignazione generale per questa orripilante, quanto disumana, azione. Nella striscia di Gaza tra il dicembre 2008 e Gennaio 2009 è avvenuta esattamente la stessa cosa. Un intero popolo confinato in un fazzoletto di terra è stato assediato e bombardato per una ventina di giorni dall’esercito più potente del mondo. Il tutto nell’assordante silenzio del mondo intero.

Migliaia di morti, al 90% civili, quasi la metà bambini e decine di migliaia di feriti sono il risultato dell’operazione militare  “piombo fuso” messa in atto dal potente esercito militare di Israele a danni del popolo Palestinese chiuso nel suo fazzoletto di terrà. In quei giorni nessuno ha potuto raggiungere quei luoghi, ne le organizzazioni umanitarie per dare assistenza medica-sanitaria ne i giornalisti che avrebbero potuto raccontare e diffondere nel mondo le notizie e le immagini di quel massacro. Era però sul posto Vittorio Arrigoni, il giornalista divenuto famoso dopo essere stato brutalmente assassinato, che quotidianamente inviava resoconti di quello che accadeva.

Nell’aria acre odore di zolfo, lampi spezzano il cielo inframmezzando fragorosi boati. ormai le mie orecchie sono sorde dalle esplosioni e i miei occhi aridi di lacrime dinanzi ai cadaveri. Mi trovo davanti all’ospedale di Al Shifa, il principale di Gaza, ed è appena giunta la terribile minaccia che Israele avrebbe deciso di bombardare la nuova ala in costruzione. Non sarebbe una novità, ieri è stata bombardata la clinica Wea’m. Insieme ad un deposito di medicinali a Rafah, l’università islamica (distrutta), e diverse moschee sparse per tutta la Striscia. Oltre a decine di infrastrutture civili. Pare che non trovando più obiettivi “sensibili”, l’aviazione e la marina militare si dilettino nel bersagliare luoghi sacri, scuole e ospedali. E’ un 11 settembre ad ogni ora, ogni minuto da queste parti, e domani è sempre un nuovo oggi di lutto, di disperazione sempre uguale. Si avvertono gli elicotteri e gli aerei costantemente in volo, quando vedi il lampo sei già spacciato, è troppo tardi per mettersi in salvo. Non esistono bunker anti bombe lungo tutta la Striscia, nessun posto è sicuro. Non riesco a contattare più amici a Rafah, nenache quelli che abitano a nord di Gaza City, spero solo perchè le linee sono intasate. Ci spero. Sono 60 ore che non chiudo occhio, e come me, tutti i gazawi.

Ieri con tre compagni dell’Ism abbiamo trascorso la nottata all’ospedale di Al Awda nel campo profughi di jabalia. Ci siamo andati perchè temevamo la tanto paventata incursione di terra che poi non si è verificata. Ma i carri armati israeliani stazionano pronti lungo tutto il confine della Striscia, i loro cingoli pare si metteranno in funerea marcia questa notte. Verso le 23.30 una bomba è precipitata a circa 800 metri dall’ospedale, l’onda d’urto ha mandato in frantumi alcune finestre, aggravando le condizioni dei pazienti già feriti. Un’ambulanza si è recata sul posto, hanno tirato giù una moschea, fortunatamente vuota a quell’ora. Sfortunatamente, anche se non di sfortuna si tratta, ma di volontà criminale e terroristica di israele nel compiere stragi di civili, l’esplosione ha travolto anche l’edificio adiacente alla moschea, distruggendolo.

Abbiamo visto tirare fuori dalle macerie i corpi di sei sorelline; 5 sono morte, una è gravissima. Hanno adagiato le bambine sull’asfalto carbonizzato, e sembravano bamboline rotte, buttate via perchè inservibili.Non è un errore, è volontario cinico orrore. Siamo a quota 320 morti, più di un migliaio i feriti, secondo un medico di Shifa il 60% è destinato a morire nelle prossime ore, nei prossimi giorni di una lunga agonia. Decine sono i dispersi, negli ospedali donne disperate cercano i mariti o i figli da due giorni, spesso invano. E’ uno spettacolo macabro all’obitorio. Un infermiere mi ha raccontato di una donna palestinese che, dopo ore di ricerca fra i pezzi di cadaveri conservati nelle celle frigorifere, ha riconosciuto suo marito da una mano amputata. Tutto quello che di suo marito è rimasto, e la fede ancora al dito dell’amore eterno che si erano ripromessi. Di una casa abitata da due famiglie rasa al suolo è rimasto ben poco dei corpi umani seppelliti sotto. Ai parenti hanno mostrasto mezzo busto e tre gambe.

Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo “civile”, in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore. C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto.

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni

Categories:   Società/Cultura