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I pesi e le misure di Napolitano

Non fatevi ingannare.
Quello che avviene in Val di Susa non è lo scontro fra alcuni manifestanti con il volto coperto e i poliziotti. Lo scontro, ben più profondo ma meno visibile, è fra la volontà dei cittadini e la volontà delle lobby economiche. Fra democrazia e profitto.
Se le scelte politiche fossero il frutto della democrazia e della volontà popolare, non vedremmo tanta gente che protesta.  Quelli che sono scesi in val di Susa con i passeggini sapevano di portare le ragioni del nostro futuro. Migliaia di persone a cui è stata tolta la voce e la visibilità. Il dramma è che i cittadini non sono consultati e vengono esclusi dalle scelte che riguardano la loro vita. Eppure c’è un’apposita normativa, la Convenzione di Aarhus, che prevede tassativamente il coinvolgimento della popolazione per le scelte ambientali.
E’ grave e lo tocchiamo con mano: non siamo consultati per il nucleare, non siamo consultati per  l’acqua. Tuttavia sappiamo dire la nostra quando ce ne è data la possibiltà. Un senso di esclusione pervade le nostre vite, mina la fiducia nello Stato. E’ questo il dramma che ferisce le coscienze di milioni di italiani, non meno delle bombe carta lanciate da alcuni violenti.

Ecco, presidente Napolitano, c’è un modo naturale per evitare quella violenza che condanniamo: consultateci!
Imparate ad ascoltare i cittadini almeno quanto ascoltate le lobby economiche. La democrazia, specie se integrata da quella diretta, contiene un prezioso germe di nonviolenza che va coltivato. La democrazia va praticata a tutti i livelli e se è praticata con buona fede diventa il migliore argine alla violenza. La violenza nasce dalla non capacità e dalla non volontà di gestire i conflitti. La nonviolenza conta le teste. Quando le teste non si contano, a prendere slancio è la rabbia e la violenza, sia quella che comincia con le bombe carta sia quella che finisce con i manganelli e i lacrimogeni.
E chi vince è chi ha la forza, non necessariamente la ragione. Se ci sentiamo in dovere di essere solidali con i poliziotti feriti, mandati a rappresentare uno Stato che non dialoga ma che impone le scelte dall’alto, ci sentiamo in diritto di esigere il rispetto di tutti i nostri diritti, affinché le scelte nascano dalla volontà generale. Quella dei cittadini, non delle lobby economiche.

Perché l’alta velocità che manca in Italia è quella della cultura, della scuola, della ricerca, su cui si abbattono i tagli.
Quando non si imbocca questa strada, che è quella della democrazia viva e partecipata, si rompe il patto fra Stato e cittadini.
Come ha giustamente detto l’europarlamentare Sonia Alfano, in Val di Susa è stata violata la Convenzione di Aarhus (recepita dalla legge 108/2001): “Alla base della Convenzione c’è il dato imprescindibile che debba essere sempre e comunque tenuto in considerazione il parere dei cittadini; in Val di Susa ciò è stato sempre e costantemente violato. Nessuno vuole quell’opera, eccetto i poteri forti dell’imprenditoria e della politica, di destra e di sinistra”. La convenzione di Aarhus stabilisce il principio che il cittadino ha diritto ad essere informato; ha diritto a partecipare; ha diritto ad essere coinvolto e consultato nelle scelte ambientali che lo riguardano e che toccano la salute e l’ambiente. La Convenzione di Aarhus  è stata salutata con entusiasmo da Kofi Annan, già segretario generale dell’ONU, che l’ha definita “la più ambiziosa impresa di democrazia ambientalista realizzata sotto gli auspici delle Nazioni Unite”.  E anche i cittadini della Val di Susa chiedono di far applicare la “sconosciuta” Convenzione di Aarhus.

Un’ultima riflessione sulla violenza.
La violenza va ripudiata. Ma per ripudiarla di giorno in Val di Susa non va praticata di notte a Tripoli dall’alto dei nostri aerei militari, camuffandola da violenza liberatrice.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo gli scontri in Val di Susa, ha dichiarato: “Non si può tollerare che a legittime manifestazioni di dissenso cui partecipino pacificamente cittadini e famiglie si sovrappongano, provenienti dal di fuori, squadre militarizzate per condurre inaudite azioni aggressive contro i reparti di polizia chiamati a far rispettare la legge”.
Lo stesso presidente Napolitano ha tuttavia dichiarato il suo appoggio alla decisione dell’Italia di partecipare a bombardamenti in territorio libico: “L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia annunciato lunedì sera dal presidente del Consiglio Berlusconi costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”.
Se lanciare bombe carta contro i poliziotti significa “condurre inaudite azioni aggressive” mentre lanciare bombe vere su Tripoli costituisce “il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia” qualche legittimo dubbio può nascere.
Noi siamo contro le bombe carta.
E quindi anche contro quelle in Libia.
Non possiamo accettare in buona fede due pesi e due misure.
E se proprio dobbiamo “pesare” le differenze va detto che le bombe italiane – a differenza delle bombe carta -pesano da mezza tonnellata (le Raytheon Gbu-16 Paveway II) a una tonnellata (le Gbu-24 Paveway III).
Mentre si hanno ferventi parole di disapprovazione della violenza di alcuni manifestanti in Val di Susa perché contemporaneamente si giudica lecito fare la guerra?
E soprattutto: nessuno ci ha consultato, né per lanciare le bombe su Tripoli, né per fare l’alta velocità in Val di Susa.
Perché?

Alessandro Marescotti

Categories:   Politica