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Chissà

Sono stato alla tendopoli di Manduria, ci sono andato con gli amici di Cisternino che in questi giorni hanno effettuato una raccolta di indumenti e beni di prima necessità per i migranti. Siamo arrivati intorno alle 16, le forze dell’ordine  che avevano l’ordine di impedire il transito sulla provinciale che conduce al campo, dopo un quarto d’ora di trattativa ci hanno lasciato passare fermandoci a 500 metri dall’ingresso. Le tende blu che i media ci hanno mostrato in questi giorni non le ho viste, l’accesso al campo è vietato. In lontananza un qualcosa di indefinito circondato da una recinzione, qua e la diroccate ed enormi strutture in tufo senza tetto, persino una vecchia e mastodontica masseria abbandonata; ovunque il cartello “zona militare – vietato l’accesso”, poliziotti a decine, in divisa, in borghese, a cavallo e naturalmente loro, gli ospiti graditi o sgraditi a seconda dei punti di vista, tutti giovani al di sotto dei quarant’anni. Entrano ed escono liberamente dal campo, non tentano più la fuga, gli hanno detto che se rimangono li buoni buoni avranno il permesso di soggiorno temporaneo (sarà vero?) col quale potranno liberamente muoversi in tutta europa (sarà vero?).

Si avvicinano a noi con passo tranquillo, cercano tra il vestiario che abbiamo portato ciò che può essergli utile, come fanno le signore alle bancarelle del mercato. Non capisco ciò che dicono a parte qualche parola tipo “ciao amigo”, “liberté, “viv l’italì”, il tono è amichevole, fraterno come se fossimo vecchi amici che si rincontrano dopo anni al bar del paese. Molti non vogliono essere ne ripresi ne fotografati, non ne capisco il motivo ma rispetto il loro desiderio. Alcuni mi chiedono se sono della televisione e quando gli dico che le foto e i video sono per internet sorridono e si lasciano inquadrare.

Si dice che lo sguardo è lo specchio dell’anima. I loro erano pieni di speranza e di libertà; non quella libertà di parola e di pensiero che intendiamo noi occidentali, ma la libertà di poterci provare, di avere una possibilità, di poter sperare in un futuro migliore, di essere il timoniere, tra fortuna, imprevisti e tempeste di una nave chiamata vita. Mentre li osservo mi chiedo: chissà se sono consapevoli del fatto che la loro miseria, la loro povertà, la povertà dei loro paesi dipende proprio da noi occidentali che oggi siamo qui a lavare in parte la nostra coscienza. Noi occidentali che abbiamo favorito e sostenuto quelle dittature di cui loro oggi, almeno in parte, si sono liberati. Noi occidentali che condannato il colonialismo militare lo abbiamo sostituito con quello economico, ritirando i militari ed invadendoli con le multinazionali che noi tutti abbiamo sovvenzionato con le nostre tasse, con i nostri acquisti, con le nostre corse alle offerte della settimana. E chissà se un giorno il popolo accidentale smetterà di girare lo sguardo dall’altre parte, di far finta di non sapere, di non avere queste responsabilità, di esserne il fautore e l’incentivatore .

C’è solo da augurarselo, perchè in tutta questa situazione una cosa è certa: siamo tutti vittime e carnefici, ma tanto prima o poi gli altri siamo noi.

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