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Meccanica della disinformazione

Talvolta, anzi spesso, ho l’impressione che l’informazione italiana sia largamente inferiore al suo compito. Che si avvalga di strumenti e di metodi del tutto inadeguati a descrivere ciò che accade, un po’ come faceva la medicina per descrivere il corpo umano prima di Vesalio, o l’astronomia per descrivere il moto dei pianeti prima di Copernico.

Alla cosa non è certamente estranea la qualità degli addetti ai lavori, condizionati da una formazione che li porta a rincorrere un linguaggio letterario, modello quarta ginnasio, piuttosto che la verità effettuale della cosa; quando non i risvolti psicologici ed emotivi degli avvenimenti, che non faranno informazione ma piacciono tanto alla ggente, si ritiene.

Dovendo parlare di politica si parte da assiomi da cui si deducono teoremi mediante regole di inferenza, quasi si trattasse di un sistema logico, o matematico, o etico, piuttosto che di una realtà in divenire; come se la politica fosse più prossima alla filosofia, o alla letteratura, che al sangue e alla merda.

Mi chiedo se trattare la politica con pretese di verità sufficiente, anziché assoluta, non sarebbe più efficace ai fini della comprensione di ciò che accade; dunque più utile a chi sta dall’altra parte e vorrebbe essere informato, piuttosto che emozionato, o depresso, o rincuorato.

Siamo davanti al problema Libia.

Un moto di piazza fa traballare il potere, cioè il colonnello Gheddafi, nel quale ci siamo riconosciuti fino all’altro ieri, non solo noi italiani, ma anche noi francesi, noi inglesi e noi americani.

La maggior parte dei media, parlo di quelli italiani, prima ancora di sapere cosa sta accadendo si schiera contro Gheddafi. Perché? Ma perché è un dittatore. È una ragione sufficiente? e se dall’altra parte ci fosse un dittatore e mezzo? una multinazionale del petrolio? due multinazionali?

C’è niente da fare, il tiggitre della Berlinguer, giovane e donna, il meglio che si possa sperare, voce della sinistra tradizionale, si schiera con i ribelli di Bengasi. Ai suoi occhi sono il popolo e il popolo, eccolo qua l’assioma, ha sempre ragione. A maggior titolo se si solleva contro il tiranno.

Fa niente se il popolo, talvolta, anziché sollevarsi viene “sollevato”.

Fa niente se certe cose in questo modo non si spiegano: com’è che il segretario del Consiglio Nazionale Libico, l’organo di governo delle regioni liberate, si chiama Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, e fino a ieri faceva il ministro della giustizia di Gheddafi, duramente criticato da Amnesty International per gli arresti e la detenzione senza processo di cittadini libici?

È vero che tale Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, qualche mese prima della rivoluzione si sarebbe rifugiato in Francia, dove avrebbe lavorato con i servizi francesi alla preparazione di una spedizione di imprenditori e di militari francesi a Bengasi; città dove avrebbero incontrato Abdallah Gehani, colonnello dell’aeronautica, in rappresentanza della fronda libica per preparare la rivolta?

Come si spiega che il Consiglio Militare, il braccio armato del Consiglio Nazionale Libico, sia composto da 15 alti ufficiali che fino al giorno prima appartenevano all’esercito di Gheddafi?

Come si fa a capire quel che succede se, anziché un minimo di ricerca su quel che è successo prima e dietro e a latere, tutto ciò che ci mostrano i tiggi sono i Tornado che decollano e atterrano sputando fuoco dal culo, delle carcasse di tanks anneriti ai margini della strada, dei giovanotti abbronzati che scaricano al cielo il loro Kalashnikov gridando insciallah e la nostra inviata da Bengasi con capelli che fluttuano al vento di un ventilatore?

Il ventilatore mi perdoni per averlo chiamato in causa.

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