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Avamposto dell’inferno

Quella cui stiamo assistendo è una rivoluzione con il condizionale: i rivoluzionari avrebbero preso il controllo di questa o di quell’altra città; l’aeroporto sarebbe nelle mani dei ribelli; alcuni reparti dell’esercito e della polizia sarebbero passati con i manifestanti; e, purtroppo, i morti sarebbero non si sa ancora quanti. Non sappiamo ancora se è Tripoli che assedia il Colonnello Gheddafi, oppure il contrario. L’unica cosa certa è la follia di un uomo che ha spalancato le porte dell’inferno sulla capitale libica. Chi non lo ama non merita la vita, chi non lo ama deve precipitare nell’inferno. Alla vertiginosa escalation della sua spietata retorica, Muammar Gheddafi affianca l’insana decisione di aprire gli arsenali militari: ogni libico devoto alla Rivoluzione, alla sua Rivoluzione, dovrà armarsi per uccidere i ribelli, i sostenitori della rivoluzione con la erre minuscola.

Siamo davvero alla fine della storia dell’uomo che ha dominato la Libia per quarantuno anni? Gheddafi, ha ancora la forza di apparire in strada e di arringare la folla come solo un dittatore è capace di fare. La figura di un Saddam Hussein impaurito, in fuga, è lontana anni luce dall’uomo che ha legato stretta a sé la sorte di un intero popolo, pronto a trascinarlo nel baratro pur di non arretrare di un solo passo. I manifestanti sono certi di avere la vittoria in pugno, che la caduta del rais è questione di ore e hanno già nella loro mente il finale di partita in quattro mosse: 1) La caduta del Colonnello; 2) Una Libia unita – e non la Cirenaica separata dalla Tripolitania; 3) un processo pubblico per i responsabili dei massacri – Gheddafi in testa, ovviamente; 4) un “Consiglio di saggi” che accompagni per mano il paese sulla soglia della libertà.

Osservando, però, l’atteggiamento degli organismi sovranazionali e internazionali, tutto farebbe presagire che la conclusione della tirannia non è così imminente. La riunione straordinaria della Nato che si “prepara a ogni eventualità”, l’Ue che spinge per l’istituzione di una No Fly Zone, il Consiglio di sicurezza dell’Onu che prepara le sanzioni (congelamento dei beni del clan Gheddafi, embargo alle forniture di armi, ricorso alla Corte penale internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità compiuti in Libia) e gli Stati Uniti, infine, che sospendono le attività di ambasciata e studiano sanzioni unilaterali, dimostrano che ormai Gheddafi è sì isolato dalla comunità internazionale in modo irreversible, ma anche che a Washington, Bruxelles e New York non credono che le oscure nuvole sopra il cielo di Tripoli siano passeggere. Se stiamo per assistere davvero allo scontro finale, probabilmente – accetto di buon grado il rischio di sbagliarmi – si tratterà di una lunga battaglia. Fino all’ultimo sangue.

Categories:   Politica, Società/Cultura

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