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Il problema sono i poveri o i ricchi?

Dei pulloverini di Sergio Marchionne si sa quasi tutto, della sua paga si parla un po’ meno. Più che in termini assoluti, è utile considerare la retribuzione del manager in termini relativi: rapportata a quella media del personale della Fiat, fa 133. Ossia: un dipendente della Fiat deve lavorare almeno per 133 anni (in media: gli operai un po’ di più) per guadagnare quanto guadagna il suo amministratore delegato. Anche i “Ceo” delle banche e delle grandi aziende pubbliche italiane hanno moltiplicatori imponenti, rispetto alle paghe dei lavoratori; ma la Fiat è l’azienda che più si è allineata alla tendenza mondiale dell’ultimo ventennio, ossia la divaricazione crescente tra le paghe dei capi e quelle dei sottoposti. Tendenza che dà una delle caratteristiche principali della crescita delle diseguaglianze nella nostra società: l’emersione di una classe di “working rich”, il cui altissimo livello di entrate è collegato alla posizione lavorativa e non all’eredità o a proprietà, e i cui redditi e consumi viaggiano come in un circuito chiuso, autoreferenziale. Ne parla il libro “Ricchi e poveri, l’Italia delle diseguaglianze (in)accettabili” (Egea-Bocconi), scritto da Maurizio Franzini, economista dell’università La Sapienza di Roma. Un libro importante, e non solo perché dà conto dello stato degli studi sulla disuguaglianza tra gli economisti – finalmente in termini accessibili anche ai non addetti ai lavori, dandosi la pena di spiegare cose come “il coefficiente del Gini” o “reddito personale equivalente”. Ma anche perché rimette l’eguaglianza al centro della scena del pensiero economico e politico, e spazza via un buon numero di fraintendimenti in proposito.

Il primo di questi fraintendimenti è nel clima un po’ compassionevole che spesso accompagna questi discorsi: spesso si parla del problema della povertà, non di quello della diseguaglianza. Lasciando intendere, dice efficacemente Franzini, che il problema sono i poveri, non i ricchi. Naturalmente è vero che la povertà è un problema, e di dimensioni crescenti, e che all’interno nell’universo “povertà” sono successe cose rilevanti, nell’ultimo ventennio, come racconta Marco Revelli in “Poveri, noi” (Einaudi 2010), libro che si può leggere in parallelo con quello di Franzini e che – sia pure da un’ottica disciplinare e con uno stile narrativo diversi – allo stesso modo illumina le nuove diseguaglianze che si aprono: il ceto medio che precipita, i giovani working poor, gli squilibri sul mercato del lavoro e quelli territoriali. Così come Franzini denuncia la srumentalità di un ragionamento economico che affronta il problema dei “poveri” ma non quello generale della distribuzione del reddito e della ricchezza, Revelli racconta delle dinamiche che hanno fatto cambiare il sentimento dell’invidia sociale, diretta non più a chi sta più in alto, a chi ha troppo, ma a chi sta come o peggio di noi, e ci viene a togliere il “troppo poco” che abbiamo.

Il secondo fraintendimento, o luogo comune, è nella strumentalità del discorso sull’eguaglianza o sul suo opposto: per anni ci siamo dovuti sorbire il trade-off tra eguaglianza e crescita (ossia l’idea che la diseguaglianza, come caratteristica del sistema capitalistico, fa bene alla crescita, e di converso ogni politica egualitaria deve scontare un sacrificio in termini di crescita economica). Logica sbagliata, scrive Franzini confutando questi argomenti. Ma – aggiunge – non bisogna neanche cadere nel vizio retorico opposto, ossia quello di sostenere che l’eguaglianza fa bene alla crescita e all’economia, dunque politiche egualitarie vanno sostenute perché aiutano il sistema. Che questo succeda è possibile (oppure no, dipende dalle condizioni e dal sistema). Ma sarebbe meglio – argomenta Franzini – affrontare di petto è la diseguaglianza in sé, ovvero: quanta e quale diseguaglianza siamo disposti ad accettare. Ad esempio: la diseguaglianza crescente tra le retribuzioni dei manager e quelle dei dipendenti è accettabile? Quale è l’argomento che la giustifica? Affrontando la questione in tale modo, la prospettiva cambia parecchio e il discorso si fa più scomodo ma anche più interessante. Porta ad analizzare nel profondo le diseguaglianze reali della nostra società – una delle più diseguali e immobili d’Europa -, le fratture tra generazioni, e tra tipologie di lavoratori. Porta a dire che nelle diseguaglianze italiane il merito (il famoso e celebrato merito) non c’entra niente, anzi la preparazione personale in termini di istruzione deprime le quotazioni sul mercato delle braccia e delle menti. Porta gli economisti a uscire dal dogma della scienza esatta e avaloriale, per misurarsi con valori, realtà, concretezza della società e delle istituzioni. Infine, dovrebbe portare la politica a scegliere ed esprimersi su questo. “Una capacità – scrive Franzini – che presuppone doti che su vorrebbero più abbondanti: competenza e indipendenza”.

Categories:   Economia/Lavoro