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Neve e riscaldamento globale

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Come al solito quando d’inverno capita che faccia un po’ freddo salta fuori qualcuno che ancora mette in dubbio il cambiamento climatico: ha senso un comportamento istintivo del genere, si chiede il noto giornalista scientifico di The Guardian, 22 dicembre 2010
Titolo originale: That snow outside is what global warming looks like –tradotto da Fabrizio Bottini

Due chiamate, e poi un messaggio sulle casella vocale. Una voce femminile, gentile e pacata, accento gallese. “ Signor Monbiot, lei è un bugiardo. Lei, e James Hansen, e tutti i vostri colleghi, mentite tutti. Vi chiederò di restituire tutti i soldi che mio figlio ha donato per le vostre cause. Ci sono diciotto gradi sotto zero, ho le condotte dell’acqua congelate. Bugiardi. É questo il riscaldamento globale?” Sono certo che la mia risposta non le piacerà, forse neppure a voi. Perché probabilmente è SI.
Oggi ci sono prove evidenti che ad esempio gli ultimi due inverni particolarmente rigidi in Gran Bretagna corrispondono a maggiori temperature altrove. Con l’aiuto dell’esperto analista del tempo atmosferico John Mason, e del Climate Science Rapid Response Team, ho verificato tutta la letteratura scientifica su cui sono riuscito a mettere le meni (più particolari sul mio sito web). Ed ecco cosa sta effettivamente succedendo.

Le carte delle temperature globali pubblicate dalla Nasaoffrono un quadro chiarissimo. Per il mese scorso c’è una chiazza blu intenso su Islanda, Spitsbergen, Scandinavia e Gran Bretagna, più un’altra sugli Stati Uniti dell’Ovest e il Pacifico orientale. In queste regioni le temperature sono inferiori alle medie di novembre da 0,5 a 4,0 gradi rispetto al 1951 e 1980. Ma su entrambi i lati di ciascuna chiazza fredda blu infuriano fiamme arancio, rosse, brune: le temperature della Groenlandia occidentale, del Canada settentrionale o della Siberia sono fra i due e i dieci gradi più alte del normale. Le carte della Nasa sulla zona artica del 3-10 dicembre mostrano in alcune aree dell’Isola di Baffin e della Groenlandia centrale 15 gradi in più delle medie 2002-2009. L’inverno scorso le cose erano simili. Anomalie che sembrano collegate.

Il tempo qui in Gran Bretagna in inverno, ad esempio, è fortemente condizionato dalle pressioni , la bassa islandese e quelle alta delle Azzorre. Quando la differenza di pressione è forte, i venti arrivano da sud-ovest, e portano tempo mite e umido dall’Atlantico centrale. Quando il gradiente è inferiore, spesso riesce ad arrivare un flusso di aria dall’Artico. Le forti pressioni nel nord gelato dell’inverno scorso, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration americana, hanno bloccato i flussi abituali “consentendo all’aria fredda dell’Artico di penetrare sino all’Europa, Cina orientale e Washington DC”. La Nasa riferisce che la medesima cosa sta avvenendo anche quest’inverno.

I ghiacci del mare artico hanno due importanti effetti sul tempo. Essendo bianchi, riflettono il calore del sole, impedendogli di scaldare il mare. Creano anche una barriera fra acqua e atmosfera, riducendo la quantità di calore che sfugge dal mare verso l’aria. Negli autunni 2009 e 2010 la copertura di ghiacci del mare artico è stata molto inferiore a quella media sui tempi lunghi: con una minima (la seconda di tutti i tempi) proprio a novembre. Il mare aperto, più scuro, assorbe più calore dal sole nei mesi caldi e luminosi. Restando scoperto più a lungo del normale lascia sfuggire anche più calore del normale nell’atmosfera artica. Ciò determina pressioni atmosferiche superiori, riducendo le differenze fra quella bassa dell’Islanda e quella alta delle Azzorre.

E allora perché non è stato previsto, tutto ciò, dagli scienziati del clima? A dire il vero l’hanno previsto, siamo noi che non ce ne siamo accorti. Ossessionati dalle possibili trasformazioni nella circolazione oceanica (il blocco della Corrente del Golfo), non abbiamo fatto caso agli effetti sulla circolazione atmosferica. Il collegamento fra i ghiacci estivi nell’Artico e le temperature invernali nell’emisfero settentrionale è una ipotesi del 1914. Il controllo sistematico di questi rapporti inizia nel 1990, consolidato da modelli previsionali dal 2006.
Perché è successo? Non è ancora chiarissimo.Vladimir Petoukhov del Potsdam Institutesostiene che gli affetti della diminuzione dei ghiacci “possono triplicare le probabilità di inverni molto freddi in Europa e Asia settentrionali”. James Hansen della Nasa risponde che sette su dieci degli ultimi inverni europei sono stati più caldi della media. Ci sono altre variabili in abbondanza: non possiamo prevedere quanto saranno freddi gli inverni britannici esclusivamente guardando alla quantità di ghiacci.
Mi pare già di sentire le urla di esecrazione: adesso sta a dire che il raffreddamento deriva dal riscaldamento! Beh, si, potrebbe essere. Un riscaldamento globale tendenziale non vuol dire più caldo in tutte le regioni ogni mese. É per questo che si fanno i calcoli sulle medie: le variabili locali vanno collocate in un contesto.

La negazione del cambiamento climatico indotto dall’uomo ha subito delle mutazioni, prima respingendo i dati scientifici in genere, poi la semplice aritmetica. Nevica in Inghilterra, e migliaia di siti web e pure qualche giornale ci dicono che no, non può essere vero che il pianeta si riscalda.
Secondo i dati della Nasa, nel mondo c’è già stato un periodo gennaio-novembre più caldo di tutti i tempi, 131 anni fa; il 2010 pare sarà probabilmente più caldo, o uguale. Questo novembre è stato il mese più caldo mai registrato.
Dimenticatelo, mi dice la mia controparte: e guarda fuori dalla finestra. Nessuna analisi dei dati, nessun riferimento alle oscillazioni nel nord Atlantico o alla bipolarità artica, o alle temperature in altre zone del mondo, può competere col fatto che si vede mezzo metro di neve dalla finestra. Siamo creature semplici, di questo mondo, che agiscono in base alle sensazioni. Ciò che vediamo e tocchiamo scavalca qualunque analisi. Il freddo ci ottunde con la sua gelida morsa.

Categorie : Ecologia/Ambiente