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Clima e salute

I cambiamenti climatici potrebbe non solo turbare i delicati equilibri dei sistemi ecologici, ma anche avere pesanti conseguenze sulla nostra salute. A sostenerlo il rapporto “Si salvi chi può – Gli impatti socio sanitari del cambiamento climatico” presentato da ISDE – Medici per l’ambiente in collaborazione con Greenpeace. Il documento segue le dichiarazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale l’impatto sulla salute dei cambiamenti climatici debba essere posto all’attenzione dell’opinione pubblica molto più di quanto non sia stato fatto sino a ora. La Commissione Europea aveva infatti proposto agli Stati membri di portare entro il 2020 la riduzione delle sue emissioni di gas serra dal 20% al 30%: si stima che in tal modo si sarebbe potuto ottenere un risparmio sulla spesa pubblica per la sanità da 10 a 30,5 miliardi all’anno, di cui 3,4 miliardi/anno in Italia. Il nostro Paese, uno di quelli nell’UE a maggior rischio ambientale e sanitario, si è però opposto insieme a molti altri a questa strategia. Eppure L’OMS ha previsto, a seguito del riscaldamento globale, la perdita ogni anno di 5 milioni di anni di vita e un incremento della mortalità umana del 3% per ogni grado di aumento della temperatura terrestre. Inoltre l’IPCC ha elaborato una stima secondo la quale se la temperatura media globale dovesse superare di 1,5-2,5°C quella del periodo 1980-1999, sarà a rischio tutta la biodiversità del Pianeta con la scomparsa del 20-30% delle specie note. E nemmeno l’Homo sapiens sapiens, la specie dominante di tutti gli ecosistemi terrestri, ne uscirebbe indenne.
L’ambiente è stato profondamente modificato negli anni nei suoi caratteri fisico-chimici e negli ecosistemi biologici ed è oggi invaso da molecole chimiche di sintesi (pesticidi in agricoltura, antibiotici e farmaci in campo medico e zootecnico, additivi alimentari, ecc..) con effetti tossici, teratogeni, mutageni e cancerogeni. Secondo l’ISDE, il quadro che ne emerge è allarmante. Sono in continuo aumento infatti le malattie cardiovascolari, immunomediate, neurodegenerative, endocrino-metaboliche e neoplastiche, in particolare nei bambini. Molte di queste sono causate dall’azione dei fattori ambientali sui nostri geni e possono essere attribuite direttamente o indirettamente al riscaldamento globale, in particolare le malattie strettamente connesse all’inquinamento atmosferico e le malattie infettive. Ricerche sperimentali ed epidemiologiche hanno ricondotto la loro patogenesi a tre principali processi:
– continua esposizione dell’organismo umano a inquinanti ambientali con reazioni infiammatorie e riparative anomale che provocano malattie immunitarie, neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson, Sclerosi laterale amiotrofica), neoplastiche e metaboliche;
– alterazione troppo rapida degli ecosistemi microbici naturali sui quali si sono modellati nel tempo i nostri meccanismi di difesa;
– azione diretta degli inquinanti ambientali sull’embrione e sul feto durante la gestazione.
Le malattie da inquinamento atmosferico sono dovute al complesso di gas serra e altri inquinanti presenti nell’aria. Le temperature elevate accelerano la formazione di ozono, dovuta all’azione fotochimica delle radiazioni solari ultraviolette sui cosiddetti inquinanti “precursori” presenti nell’aria. L’ozono, un forte ossidante, danneggia le cellule delle congiuntive e delle vie respiratorie, rendendoci più suscettibili agli altri inquinanti presenti nell’aria, in particolare alle polveri ultrafini (PM 0,1 e minori). Queste sono le più nocive tra tutti gli inquinanti atmosferici poiché non solo causano malattie croniche a livello polmonare, tra cui i tumori, ma colpiscono anche il sistema cardiovascolare aumentando l’insorgenza di infarti e ictus, oltre a intaccare direttamente il patrimonio genetico.
Temperature maggiori possono inoltre favorire la diffusione e la permanenza nell’ambiente di nuovi microrganismi. Questi patogeni vengono veicolati da insetti “vettori” oppure da acque contaminate, dove la persistenza degli agenti microbici è favorita dalle elevate temperature, e raggiungono nuove aree geografiche. L’ampliamento al Nord e al Sud delle zone climatiche sub-tropicali, oltre a facilitare la contaminazione microbica delle acque, ha comportato la diffusione di insetti esotici in latitudini diverse dalle originali, causando l’espansione delle malattie tropicali. Un tipico esempio di migrazione e colonizzazione di insetti vettori è costituito dalla comparsa della zanzara tigre nelle zone climatiche temperate. Si sta poi assistendo, a seguito del riscaldamento globale, a un aumento di malattie presenti endemicamente in determinate regioni e alla comparsa di malattie emergenti in altre storicamente indenni. Quelle più direttamente correlabili all’aumento termico sono ad esempio malattie virali come la Febbre gialla e la Dengue.
In alcune aree del pianeta, sia per ragioni climatiche sia sociali, gli effetti sulla salute dei cambiamenti climatici saranno peggiori che in altre. Ma nessuno ne sarà indenne poiché gli impatti del cambiamento climatico causeranno tra l’altro fenomeni di migrazioni di massa (i cosiddetti ecoprofughi, stimati già a 6 milioni per il 2010 e circa 300 milioni per il 2050) che, assieme alla crisi delle risorse naturali, aumenteranno le tensioni sociali o ne innescheranno di nuove.
È quindi necessario intervenire immediatamente, conclude il rapporto, al fine di prevenire un ulteriore peggioramento della situazione, tagliando, fino a raggiungere una sostanziale eliminazione, le emissioni di gas serra. Sarà inoltre fondamentale tutelare gli ecosistemi più fragili, ma allo stesso tempo più importanti del Pianeta, proteggendo ad esempio le ultime grandi foreste e creando ampie riserve marine. Ma il tempo rimasto è poco, anzi secondo alcuni il processo è ormai irreversibile. Undici degli ultimi dodici anni sono stati tra i più caldi: il 2010, secondo i dati del USNOAA (United States National Oceanografic and Space Administration), si avvia a battere i record precedenti. La concentrazione di CO2 in atmosfera è salita dai 300 ppm dell’inizio del ‘900 ai 389 ppm del 2010. Numerose fonti scientifiche autorevoli ritengono che se si vorrà contenere il rialzo termico entro i 2°C rispetto all’epoca preindustriale, considerato il massimo limite termico sostenibile, le concentrazioni di CO2 dovranno essere stabilizzate a 400 ppm secondo alcuni, 350 ppm secondo altri. È stato stimato che con il ritmo attuale la CO2 nel 2020 supererà il limite di 400 ppm fissato a Copenaghen dalla COP 15. Tra le molte ragioni per intervenire con urgenza quindi non c’è solo la necessità di preservare i delicati equilibri biologici del nostro pianeta, ma anche quella di proteggere la nostra salute e di salvare numerose vite umane.

Categories:   Ecologia/Ambiente, Salute/Medicina

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