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Si salvi chi può

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Quella che va in scena oggi è l’ennesima rappresentazione di una commedia che ha stancato tutti tranne gli attori che continuano a recitarla imperterriti sul palco.
Nell’indifferenza generale si celebra la commemorazione di un caro estinto: il regime parlamentare. Tutti fanno finta che sia ancora vivo e si atteggiano a sacerdoti della democrazia. In realtà, il parlamento, il senato e la rappresentanza democratica si sono ridotti a tratti d’inchiostro sbiaditi sulle pagine sgualcite e polverose della costituzione della repubblica italiana, una mummia incartapecorita che meriterebbe di essere degnamente esposta nelle sale del museo egizio di Torino.
Con l’approvazione di una legge elettorale barbara come i suoi redattori ed il sostegno compiacente di un’opposizione grata a chi si sporcava le mani al posto suo, in Italia c’è stato un vero e proprio colpo di stato. Senza sparare un colpo e senza schierare carri armati, una ristretta oligarchia ha violentato (da dietro) l’elettorato e gli ha sottratto ogni potere decisionale trasferendolo nelle segreterie politiche e stabilendo, di fatto, un regime partitocratico.
Ora l’elettore non ha più rappresentanza, ma solo una squadra per cui tifare. Sessanta milioni di coglioni seduti sugli spalti a gridare ed ad inveire, mentre ventidue plurimiliardari fanno i cazzi loro in campo e si fottono pure le veline.
Non so con quale coraggio, o meglio faccia tosta, si continui ad invocare l’assenza del vincolo di mandato per i parlamentari, strumento tramite il quale tanti venditori di se stessi cambiano casacca. L’articolo 67 della costituzione  può trovare applicazione solo se il parlamentare è stato scelto direttamente dall’elettorato e non se è stato inserito in lista e fatto eleggere a suon di crocette sul simbolo di partito. Un parlamentare deve rispondere solo a chi lo porta in parlamento, il che nella costituzione si supponeva fossero gli elettori, ma ora è il segretario del suo schieramento. Non si può prendere in mano la costituzione e farla valere a macchia di leopardo a seconda di se conviene oppure no.

A prescindere da quale sarà il risultato di domani, quelle che sono in gioco non sono le sorti dell’Italia, ma le fortune (o le traversie) di singole persone. Sul tavolo non c’è la questione del debito pubblico, della crisi economica e dell’eventuale default italiano, ma il futuro personale di Fini, l’eventuale tramonto di Berlusconi ed il destino delle centinaia di lacchè il cui unico compito è quello di alzare il braccio a telecomando come dei pupazzi, privi come sono di qualsiasi sostegno sul territorio in termini di consensi elettorali.

Alla balaustra ci siamo noi, quelli che hanno dovuto subire il morso della crisi sulle proprie pacche (che in dialetto terrestre sarebbero le chiappe), quelli che dovranno litigarsi il residuo di risorse quando le prospettive diventeranno sempre più cupe.
Per come si sono evolute le cose, io penso che non ci sia soluzione collettiva per il nostro paese. Bloccare l’involuzione del sistema è un compito aldilà delle nostre possibilità. L’unica alternativa è che la parte più economicamente sana e ricca del paese, finché c’è tempo, rompa gli indugi e metta il resto dell’Italia di fronte al fatto compiuto che quando la nave affonda vige il si salvi chi può. Chi troverà posto sulla scialuppa avrà una possibilità di cavarsela, chi rimarrà a mollo dovrà darsi da fare per rimanere a galla o affogare. L’auspicio è che ci si ritrovi tutti a terra a parlare dello scampato pericolo. L’altra eventualità è che qualcuno, metaforicamente o realmente questo è da vedersi, ci lasci la pelle.

La solidarietà nazionale è già sulla scansia del museo egizio di Torino da tempo. E’ inutile continuare ad appellarsi ad un’entità alla quale non crede più nessuno. Si crede nel proprio paese quando si lotta per il diritto ad esprimersi, quando si pagano le tasse, quando si pretende con forza che i soldi vengano spesi per tutti e non per alimentare un sistema fine a se stesso.  Le nazioni non le fanno le costituzioni, né gli eserciti, né la storia, sono unioni fluide di genti che trovano reciproca convenienza nel sostenersi. Quando questa convenienza viene meno è meglio per tutti che ognuno prenda la sua strada. E’ tempo che ciascuno si assuma le sue responsabilità e prenda in mano le redini del proprio destino. Senza delega, senza paracadute, senza rete. Il generico problema di tutti deve diventare l’alternativa fra vita e morte di ciascuno e, insieme a questo, spazzare via l’oligarchia e ricominciare.
L’appuntamento è alla fine della strada, vediamo chi riuscirà ad arrivarci.

Categorie : Politica