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Italioti

Non so se  ritenere Silvio Berlusconi l’unico colpevole di questo sfacelo politico, umano, morale. O se piuttosto, parafrasando Indro Montanelli, non sia lui a rappresentare al meglio il peggio degli italiani. L’italiano qualunque, che non ha mai letto un libro, che ancora chiama froci i gay, che non sa cosa sia il bunga bunga ma vorrebbe comunque provarlo, perché intuisce – in base ai propri algoritmi elementari – che ha a che fare col sesso, i night, la fica (uh). L’italiano vorrei-ma-non-posso, lamentoso a parole e servo nei fatti, ossequioso del potente, che sprizza ignoranza da ogni fetido poro della pelle. Incline alla comicità assolutoria, allergico alla satira che vorrebbe aprir le menti (e con esse gli occhi). Pettegolo e bigotto. Instancabile nel correre in soccorso del vincitore, geneticamente proteso verso il Culto della Furbizia. Dell’evasione fiscale, della battuta maschilista, della xenofobia a casaccio. Del qualunquismo bolso. Del martufellismo greve. Dell’ebbrezza natalizia per un peto lanciato a caso dal De Sica sbagliato.

So bene – almeno questo – che è tutto edito. Già detto, già scritto. Molto meglio di me. Ma c’è forse una simbologia, invero nefasta, se nel trentacinquennale della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, il Premier esala l’ennesima battuta imbecille. «Meglio appassionati di belle donne che gay». In qualsiasi altra parte del mondo, per molto meno sarebbero scesi in piazza. Da noi anche questa perla arrederà il ricettario dell’Elisir di Bunga Vita.

Breve riassunto politico del Paese: Mussolini, Craxi, Berlusconi. Ovvero un dittatore improponibile; l’espressione peggiore della sinistra riformista; e – ora – la caricatura tragicomica del cummenda. La pietra tombale sull’Italia. Tutti a riderci dietro (ma ormai pure davanti). Tutti, perfino l’Egitto (o forse era il Marocco, chi lo sa). Tutti a chiederci come cavolo facciamo a resistere, dopo le leggi ad personam, gli spifferi mafiosi, gli stallieri di Arcore, i Lodi AlNano, i Ghedini da strapazzo, le escort, la scuola Diaz, la scuola in generale, la mattanza Bolzaneto, i Minchiolini, i Littorifeltri, i Belpietro, i Bertolaso, i Lunardi, l’amico Putin, l’amico Gheddafi, l’amica Santadechè.

Quintali e quintali di liquame, e noi (cioè loro) lì: a ingoiare. Compiaciuti. Disinvolti. A loro agio, come nel salotto di casa. Non so quando è successo, ma c’è stato un momento – preciso – in cui siamo caduti così in basso che perfino Filippofacci è sembrato un giornalista. Fabiofazio uno di sinistra. Berlusconi un liberista. Calderoli un antigolpista. E’ stato un momento in cui l’unica salvezza dell’Italia è stata smettere di essere italiani. O – chissà – ricominciare daccapo. Stavolta sul serio.

Forse il governo cadrà, forse no. Nel frattempo, è già caduta l’Italia. Con gli italiani a bordo. E a fondo ci vanno anche quelli che non c’entrano nulla; che ne avrebbero le palle piene di pagare per mancanze altrui; che nel loro piccolo s’incazzano. Così pateticamente utopici da credere tuttora nella speranza. Così demodè da coltivare ancora – cantava sempre qualcuno – la superstizione della democrazia.

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