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L’agenda verde opaco di Obama

La politica del presidente Usa è un fallimento totale anche nella “rivoluzione verde”. «La scelta a cui siamo chiamati non è tra salvare l’ambiente o salvare l’economia. È tra prosperità o declino», disse Barack Obama quasi due fa nello Stato dello Iowa annunciando l’inizio della “green revolution”. «Bisogna farlo in nome delle generazioni future», aggiunse.

Successivamente, ha varato un piano di cambiamento della politica ambientale ed energetica Usa, chiamato “New Energy for America”, ideato con il suo vice presidente Joe Biden. Approvato dal Congresso il 13 febbraio del 2009, si basa su tre tipologie di sviluppo alternativo: la “Chart a new energy future”, ovvero il potenziamento delle energie rinnovabili che dovranno sostituire la dipendenza dal petrolio; “l’Invest in clean, renewable energy” che riguarda l’obiettivo di generare il 25% di energia “pulita” entro il 2015 e infine il “Fight climate change” che si prefigge la diminuzione dell’inquinamento atmosferico attraverso la riduzione dei consumi.

Buoni propositi che restano tali, in sostanza. Con l’intensificarsi della crisi e l’aumento della disoccupazione, poiché il piano non prevedeva le modalità attraverso le quali creare nuovi posti di lavoro, la rivoluzione “verde” di fatto non è ancora iniziata. E, con la vittoria dei repubblicani alle elezioni di Mid Term, la questione si complica. Uno studio del Liberal Centre for American Progress ha infatti rilevato che «ventidue dei trentasette candidati repubblicani a governare il prossimo novembre negano che esista il problema dell’inquinamento e del riscaldamento globale». Ciò è dovuto «all’influenza del Tea Party», la cui leader Sarah Palin ha proposto addirittura di abolire l’Epa, l’agenzia governativa per la protezione ambientale, definendola una spesa pubblica inutile.

Un altro esempio di quanto i repubblicani siano poco interessati alla salvaguardia dell’ambiente, riguarda la “Proposition 23”, una proposta di legge che prevede la sospensione della regolamentazione sulle emissioni di gas serra. A finanziare questa iniziativa sono state alcune compagnie petrolifere del Texas e i fratelli David e Charles Koch, molto vicini al Tea Party e proprietari dell’omonima industria, che col suo fatturato di circa 100 miliardi di dollari è una delle più grandi aziende Usa. Nonché una delle imprese americane più inquinanti; la Koch Industries è stata più volte accusata e giudicata colpevole di non rispettare i decreti emanati dal governo sul rispetto dell’ambiente. In California, intanto, la “Proposition 23” è stata bocciata dai cittadini a larghissima maggioranza, col 59 per cento di voti contrari.

Lo stato dell’ex governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger, ora passato nelle mani del democratico Jerry Brown, sta dimostrando di avere un’attenzione particolare per l’ecologia. Infatti Google e la società giapponese Good Energiesei, hanno investito 5 miliardi per la costruzione di un impianto eolico e la Adobe Systems insieme alla Bloom Energy,  ne elargirà 400 per ricavare energia da impianti ad idrogeno. Obama, al contrario, dopo aver sbloccato la moratoria sulle trivellazioni, decide di sospendere i progetti sul clima preferendo scendere a patti con i repubblicani.

Non era difficile prevederlo. Quando l’anno scorso passò alla Camera la legislazione sul “cap and trade”, che stabiliva un limite di emissioni di anidride carbonica e che avrebbe obbligato alle aziende ad acquistare e vendere i permessi di inquinamento, sembrava davvero che il Presidente fosse riuscito a concludere «un accordo storico». Invece il progetto si fermò al Senato. «L’introduzione di un mercato della Co2 era solo uno dei modi per arrivare all’obiettivo, non l’unico», si giustifica Obama che è comunque ottimista e afferma che cercherà «altri modi di affrontare il problema». Insieme ai suoi rivali repubblicani.

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Categories:   Ecologia/Ambiente, Politica