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ott
07

Le conseguenze del terrore

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Il Dipartimento di Stato Usa ha emesso un ‘travel alert’, un avviso rivolto ai cittadini Usa che si trovano in Europa mettendoli in guardia da un molto probabile rischio di attentati terroristici progettati da al-Qaeda. Il ‘travel alert’, sebbene di intensità inferiore al ‘travel warning’ che ha ad oggetto i Paesi in cui si sconsiglia vivamente il viaggio se non per motivi impellenti, ha avuto una forte eco nelle capitali europee: è abbastanza inusuale, infatti, che il Dipartimento di Stato Usa metta in allerta i suoi cittadini per i viaggi nel Vecchio Continente. Londra ha subito ripreso l’allarme di Washington (stabilito alla Casa Bianca tra venerdì notte e sabato) e domenica ha aggiornato il livello di allarme a un solo passo da quello più alto, “Severe”.

Stiamo assistendo, nelle ultime settimane, a un’escalation senza precedenti nella valutazione del rischio attentati terroristici di matrice islamica: il 16 settembre la Francia ha alzato a livello 2 la soglia di pericolo e per due volte la Tour Eiffel a Parigi è stata evacuata a seguito di telefonate che annunciavano un attacco che per fortuna non si è mai verificato e di cui, però, gli investigatori non hanno trovato alcun riscontro concreto; il 22 settembre il direttore dell’Fbi Robert Mueller ha citato rapporti in cui gli esperti ritengono che l’Europa sarebbe nel mirino di al-Qaeda e che della progettazione degli attacchi se ne stia occupando Osama bin Laden in persona (è utile aggiungere che sempre secondo le fonti di intelligence le altre menti dei probabili attentati avrebbero il loro quartier generale in Pakistan, nel Waziristan del Nord. Forse per questo motivo, nell’ultimo mese, i droni Usa hanno compiuto almeno 25 raid provocando tensioni con il governo pachistano); il 29 settembre la Bbc riporta informazioni confidenziali raccolte negli ambienti dell’intelligence per cui gli attacchi potrebbero avvenire secondo un Mumbai-style; e ancora, secondo le ultime informazioni, una cellula qaediana di Amburgo avrebbe nel mirino la Torre della Tv di Alexander Platz a Berlino. In Italia, giusto per non sentirci da meno, viene diffusa la notizia che a Napoli un algerino, collegabile ad al-Qaeda, sarebbe stato trovato in possesso di materiali utili alla costruzione di ordigni esplosivi.

La paura domina l’Europa, e nei nostri telegiornali le immagini del Colosseo, di Piazza San Pietro e delle metropolitane lasciano intendere che è meglio starsene alla larga. La precisazione di Patrick Kennedy del Dipartimento di Stato Usa – secondo cui si tratta solo di un avvertimento di essere più attenti e non un consiglio ai concittadini di non recarsi in Europa – arriva troppo tardi, o forse conviene a chi gestisce l’ordine e la sicurezza di alzare la posta e tenere alta la tensione. Durante la presidenza di George W. Bush, i Democratici rilevavano che i livelli di allerta subivano un’impennata nelle immediate vicinanze di scadenze elettorali. Adesso, queste saranno illazioni, ma a novembre in Usa ci saranno le elezioni di medio termine (e chissà che la cosa non torni utile anche in Italia in vista del sempre più incombente ritorno alle urne).
Le agenzie europee si sono precipitate subito nel calcolare i disastrosi effetti economici provocati in Europa dal ‘travel alert’. Ma al fianco degli affari bisogna tener conto anche dei risvolti sociali che certi atti comportano: le conseguenze del terrore sono ben altre e riguardano l’uomo.

Nel suo ultimo saggio intitolato “La paura dei Barbari” (Garzanti 2009), il filosofo Tzvetan Todorov supera le tradizionali divisioni del pianeta in Occidente e Oriente, Nord e Sud, Primo e Terzo Mondo ricorrendo a una efficacissima contrapposizione tra i Paesi dominati dalla paura (cioè noi) e quelli dominati dal risentimento (che coincidono quasi del tutto con il mondo islamico) che deriva “da un’umiliazione reale o presunta, che sarebbe stata loro inflitta dai paesi più ricchi e potenti”. È questa paura alimentata dai governi occidentali – forse anche a fini utilitaristici – che rischia di trasformare ognuno di noi in un soldato dell’Occidente, pronto a fermare l’invasione dei “barbari” nelle nostre terre, pronto a difendere le nostre donne, il nostro posto di lavoro, le nostre radici cristiane (che tuttavia dovrebbero affondare nella tolleranza, nell’apertura e nella comprensione dell’altro). Lo scudo culturale che i governanti ci stanno costruendo addosso e l’alimentazione della paura sono strumenti ben più efficaci di qualsiasi motovedetta della Marina o del programma europeo Frontex a guardia dei confini. Il miglior lucchetto per chiudere l’Europa alla diversità è nelle nostre menti. È per questo motivo, volendo guardare nel nostro giardino, che l’iniziativa di alcuni nuovi italiani a Milano di costituire una lista civica per le prossime elezioni comunali viene vista (dalla grande maggioranza dei lettori di alcuni quotidiani) non come un positivo viatico di integrazione, ma piuttosto come una minaccia, come l’iniziativa dei “barbari” per mettere in moto il processo di islamizzazione dell’Italia.

Non c’è da stupirsi poi, che i partiti di estrema destra macinino consensi in Europa, assumendo ruoli di primo piano nel dibattito politico (si veda da ultimo l’esito delle elezioni nella tollerantissima Svezia). Le parole della sociologa Saskia Sassen – “They move just because they must” – non scalfiscono le barriere mentali costruite sulla paura: non si riesce a comprendere che i disperati si muovono dalle proprie terre perché devono e non perché scelgono. E le soluzioni che ci vengono suggerite dall’alto non serviranno ad arrestare un flusso migratorio naturale e prevedibile (ce lo ricordava Pier Paolo Pasolini nel 1962 con la sua Profezia in Alì dagli occhi azzurri) ma, piuttosto, ci renderà esseri disumani, peggiori.

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