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C’era una volta il paesaggio

Mai come in questa epoca il territorio italiano è stato così martoriato dal cemento. Nemmeno ai tempi del boom economico del secondo dopo guerra. Da semplici materiali per la ricostruzione, il cemento e l’asfalto sembrano essere diventati oggi simboli di una umanità che ha perso ogni riferimento al mondo dell’anima. Essi costringono quel super-organismo che è Gaia, la Terra, e hanno all’incirca la stessa funzione dei giubbetti di contenzione che si mettevano ai cosiddetti “malati di mente” nei manicomi. Come se l’uomo, armato del potere tecnologico, avesse ingaggiato una sorta di ottuso braccio di ferro con la Natura.

Solo che la forza di Gaia è infinitamente maggiore e più pericolosa per il sistema rispetto a quella dei pazienti psichiatrici. L’ipotesi Gaia di James Lovelock, uno dei padri della moderna scienza dei sistemi complessi, prende qui tutto il suo senso. Dal punto di vista sistemico è corretto affermare che il nostro pianeta possa reagire, anche in maniera drastica, all’aggressione dei suoi abitanti umani, così come farebbe qualunque organismo biologico insidiato da agenti infettivi o parassitari. Molti problemi ecologici, in particolare modo in ambito climatico, possono essere intesi in questo senso. I terremoti e le esondazioni dei fiumi, per esempio, distruggono le costruzioni di cemento armato, ma non le più snelle abitazioni dei popoli tribali sistemate con cura e rispetto in zone meno a rischio. I fenomeni naturali hanno un’anima che il solo calcolo razionale non riesce a circoscrivere totalmente. Pertanto, la nostra “logica dell’abitare” il mondo risulta fondamentalmente sbagliata. Oltre che fortemente rischiosa.

Ma l’approccio scientifico sembra molto meno efficace per spiegare gli effetti che le forme naturali e i paesaggi in genere producono sulla psiche umana. Gli studi del sociologo Peter Groenewegen dell’Università di Utrecht, per esempio, hanno evidenziato che la sola esposizione alla Natura tende ad aumentare la sensazione di benessere psicofisico e che l’esercizio fisico svolto in ambiente naturale fornisce migliori risultati di quello svolto in palestra. Queste ricerche si limitano a registrare dei dati che però non trovano spiegazione scientifica convincente.

Lo stesso discorso è applicabile alle motivazioni che hanno portato alla costituzione della convenzione europea sulla tutela dei paesaggi il cui Articolo 5.a impegna le Parti contraenti a “(…) riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”. E’ la prima volta che un documento di tale importanza, ratificato da molte nazioni europee ma soltanto sottoscritta dall’Italia, riconosce giuridicamente un legame diretto tra l’identità culturale (quindi una parte della psiche) e la specificità dei paesaggi che fanno da contorno alla vita degli individui e in cui questi, evidentemente, si riconoscono. Attualmente le ragioni che ritardano l’adeguata assimilazione di questa direttiva sovra-nazionale sono di natura economica e culturale. Riconsiderare il valore dei beni naturalistici vorrebbe dire essere un paese fondamentalmente moderno che si è lasciato alle spalle o che comunque ha preso le distanze da un tipo di economia che subordina ogni operazione al mero profitto. Ma l’ormai “ex-Bel Paese” non è una nazione moderna in questo senso. Esso assomiglia molto più a quei paesi che, pur di uscire dal cosiddetto “sottoviluppo”, attuano politiche economiche del tutto incompatibili con le esigenze dell’ambiente, sperperando in quel modo una parte importante del loro eco-capitale. Gli elementi cardini dell’economia italiana, il mattone e il bullone (ai quali andrebbe aggiunto almeno l’agricoltura intensiva), sono dei più deleteri per l’ambiente e distruttivi per i paesaggi. Quindi anche per l’anima. Oggi, dalla pianura padana ai monti dell’Appennino e delle Alpi, gli scorci di paesaggi rimasti più o meno intatti sono rarissimi. Tra capannoni, stalle moderne, strade, circonvallazioni, antenne e ripetitori le macchie grigie e nere che si possono notare compiendo un semplice sorvolo aereo della penisola appaiono privi di soluzione di continuità. E tra poco è probabile che persino i crinali dei monti diano luogo a sfilze di enorme pale eoliche per la produzione di una energia della quale la stragrande maggioranza della gente non sa che fare.

Categories:   Ecologia/Ambiente

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