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Rifiuti: ambiente ed economia

I rifiuti possono diventare un business pulito, una risorsa economica, il punto di partenza fondamentale su cui impostare un ciclo dei rifiuti conveniente sia sotto il profilo ambientale che sotto quello economico.

Ci sono casi in cui definire rifiuti i rifiuti può sembrare un paradosso. Esistono infatti realtà, tra aziende private, amministrazioni locali o consorzi di Comuni, in cui l’immondizia si trasforma in oro. O almeno in euro.Sei storie esemplari dimostrano come i rifiuti che buttiamo, se opportunamente separati, anziché rappresentare un problema o un’emergenza possono tornare a nuova vita sotto forme diverse e rientrare nelle nostre case dalla porta d’ingresso.

La prima storia è quella di Mercato San Severino, dove i sacchi dell’immondizia hanno il codice a barre. Uno dei comuni più virtuosi sul fronte dei rifiuti sta nel cuore della regione nota per l’emergenza. Mercato San Severino, 20mila abitanti nel Salernitano, sta facendo scuola e in pochi anni ha raggiunto il ragguardevole traguardo del 65% nella raccolta differenziata. Come? In primo luogo facendo sparire all’improvviso sei anni fa i cassonetti dalle strade e costringendo i cittadini a tenersi l’immondizia in casa attivando il sistema della raccolta porta a porta secondo un calendario prestabilito (il comune di Ostuni ha appena acquistato 100 nuovi cassonetti 😳 ). Poi, consegnando alle famiglie dei codici a barre adesivi da applicare sui sacchetti, il Comune attribuisce degli sconti tariffari, per un totale di circa 40-50 mila euro annui, ossia dei bonus che scala dalle bollette dei cittadini.

La seconda storia è invece a Nord, a Berco, in provincia di Bergamo, dove c’è il compost di qualità. E’ a Calcinate infatti l’impianto per il compostaggio della Berco che tratta 60.500 tonnellate all’anno di rifiuti organici provenienti dalle case di tutta la provincia bergamasca e produce e vende ammendanti e terricci per l’orto-florovivaismo. Aperta nel 2001, l’azienda occupa 15 dipendenti e ha un fatturato annuo che si aggira intorno ai 6-7 milioni di euro. Quello della società che commercializza il compost, la Fertil, è di circa 5 milioni.

In provincia di Treviso invece spicca la storia del consorzio Priula, dove “svuoti il bidone e scatta il contatore”. Da 5 a 23 Comuni in provincia di Treviso, dai cassonetti sulla strada alla raccolta dei rifiuti porta a porta, in versione spinta. E poi il contatore che determina la tariffa per lo smaltimento della frazione secca non riciclabile: ogni svuotamento del contenitore da 120 litri (8-10 volte all’anno di media per una famiglia di 3 persone) equivale a uno scatto di 10,23 euro. A questo importo si aggiunge una quota fissa di 80 euro annui. Il camion che fa la raccolta registra il segnale del dispositivo installato sul bidone che contiene il codice associato alla famiglia a cui appartiene e a cui inviare la bolletta. Così i 225mila cittadini dei Comuni associati a Priula sono tra i primi in Italia, e tra i pochi fortunati, a poter dire di pagare davvero in virtù di quanta immondizia producono. E meno ne producono, meno pagano. Tanto che oggi il costo di gestione per abitante/anno è di 93,63 euro, rispetto ai 117,62 euro di media del Veneto e ai 135,31 della media nazionale. L’intero ciclo di gestione dei rifiuti solidi urbani è delegato al Consorzio che fattura direttamente all’utente. Con l’entrata a regime del servizio di raccolta e del sistema di tariffazione, dal 2000 al 2006, la produzione di rifiuto non riciclabile (procapite) è scesa del 73% e contestualmente è aumentata del 135% quella di rifiuti riciclabili.

C’è poi la storia di Erreplast, in Campania, ancora nella terra dell’emergenza rifiuti e dell’emergenza occupazione.
Qui c’è chi con le bottiglie vuote dell’acqua e delle bibite riesce a dare lavoro a 30 persone. A Gricignano d’Aversa, in provincia di Caserta, la Erreplast produce RiPet, scaglie di Pet da riciclo proveniente delle bottiglie di plastica che andrebbero in discarica o nell’inceneritore. Con questo prodotto industriale si realizza fibra-fiocco per mobili, automobili e capi d’abbigliamento, tappeti, imbottiture e moquettes, prodotti per l’edilizia come il geotessile, ma anche foglia poliestere che serve per contenitori e vaschette da imballaggio, cinghie industriali, pellicole radiografiche e fotografiche e molto altro. La Erreplast avvia al riciclo circa 11mila tonnellate di bottiglie in Pet all’anno per un fatturato di 6 milioni di euro e vende circa l’80% della produzione sul mercato italiano. Unico neo: solo un terzo delle bottiglie arriva dalla raccolta differenziata dei Comuni campani, tutto il resto viene importato dalle regioni del centro sud Italia.

Il business dell’alluminio di seconda mano è invece in mano a Cial. Caffettiere, biciclette, cerchioni per automobili, porte e finestre, imballaggi e confezioni alimentari, sono tantissimi i prodotti in alluminio. E oltre il 50% sono fatti da alluminio secondario, ossia proveniente dal riciclo degli imballaggi. La realizzazione di oggetti in alluminio riciclato fa consumare il 95% in meno dell’energia necessaria alla produzione dalla materia prima, la bauxite, e riduce in proporzione le emissioni di CO2 in atmosfera, consentendo un notevole risparmio sia ambientale che economico. Sono 200 le aziende sul territorio italiano, per un bacino di 32,5 milioni di persone, che si occupano del recupero degli imballaggi in alluminio e che garantiscono oltre 35mila tonnellate di materiali avviate al riciclo. E il nostro Paese è il terzo al mondo nell’industria del riciclaggio di questo metallo dopo Stati Uniti e Giappone, nonostante l’evidente sproporzione dal punto di vista della popolazione. Il giro d’affari della raccolta e del recupero dell’alluminio da imballaggi nel 2006 è stato intorno agli 11 milioni di euro, di cui 5 milioni e 68 mila riguardano il Cial a cui fanno capo circa il 55% dei comuni italiani.

L’ultima storia viene dal Piemonte, in provincia di Cuneo, ed è di Pkarton, che produce i rotolini per la carta igienica in cartoncino 100% riciclato. E c’è una probabilità su quattro che il rotolo su cui è avvolta la carta igienica nel nostro bagno o il pacco di spaghetti nella dispensa sia uscito dagli stabilimenti di Roccavione. Centocinquantuno dipendenti, 140mila metri quadrati di stabilimento e un fatturato di 40 milioni di euro all’anno fanno della PKarton la seconda azienda in Italia del settore. Nata solo lo scorso anno sulle ceneri di una storica cartiera datata 1872, realizza cartoncino patinato, per intendersi quello utilizzato per il packaging della pasta, del riso, così come delle confezioni multiple di tonno, piuttosto che di pomodori pelati o merendine; e cartoncino grigio, quello su cui è avvolta la carta da cucina o igienica. Il tutto rigorosamente da materiale riciclato al 100%.

Categories:   Ecologia/Ambiente, Economia/Lavoro