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Sessant’anni di spesa militare

“Gli italiani in guerra” (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009) è un’opera molto ampia sulla storia militare italiana che tocca temi spesso dimenticati dalla cronaca quotidiana e dalla storia contemporanea ma che aiutano a comprendere l’evoluzione della società italiana nel dopoguerra. Gli autori che hanno partecipato all’opera hanno fornito analisi utili per comprendere il contesto della politica militare italiana, l’industria militare, l’evoluzione dei singoli corpi armati e dei servizi segreti, della leva obbligatoria e del pacifismo, oltre alla rilettura del ruolo di protagonisti, talvolta oscuri come il generale De Lorenzo, e del ruolo delle forze armate nello sviluppo di Trieste e del Friuli e nel racconto di missioni internazionali del passato dell’Italia ‘nascoste’ da quelle degli ultimi anni come il soccorso dei boat  people in Vietnam o Kindu. Il lavoro di Labanca si confronta anche sull’azione dei media nella rappresentazione delle forze armate nell’immaginario collettivo che segue un’evoluzione dalla filmografia drammatica e neorealista del dopoguerra, seguita dai B-movie degli anni settanta sulla leva obbligatoria fino alla fiction contemporanea che affolla i palinsesti televisivi.
Fra i capitoli del libro di Labanca risalta il saggio di Leopoldo Nascia e Mario Pianta sulla spesa militare italiana, ancor più di interesse se inserito nello scenario della crisi finanziaria internazionale che ha rimesso in discussione il ruolo della spesa pubblica nei paesi dell’Unione Europea e dell’area Euro. In questo contesto governi di centrodestra come quello della Germania non hanno esitato ad intervenire sulla riduzione delle spese militari. In Italia invece la manovra del governo non ha messo in discussione la struttura del sistema difesa e sicurezza, che riesce a superare la scure dei tagli del governo con meno danni di altri. Anzi, la mancanza di interventi strutturali, considerato da molti il difetto principale dell’ultima manovra, è ancora più evidente per la carenza di interventi sul sistema difesa e sul suo cugino stretto ‘protezione civile’ che riescono a beneficiare di interventi legislativi recenti che ne garantiscono capacità di spesa anche in deroga alla previsioni di bilancio e alle leggi sulla trasparenza degli appalti.
Le caratteristiche della spesa militare provengono da una lunga tradizione dell’Italia repubblicana, in cui fin dal termine della seconda guerra mondiale la gestione del ministero della Difesa è stata sinonimo di opacità e inefficienza. Il contributo di Nascia e Pianta è un strumento utile per comprendere le dinamiche della spesa militare dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Gli autori avvalendosi esclusivamente di dati ufficiali hanno messo in risalto le caratteristiche salienti della spesa del ministero della Difesa che, fin dal dopoguerra, è spiegata solo in parte dal quadro politico internazionale (riarmo post bellico, guerra fredda, dividendo della pace e terrorismo internazionale) subendo di più l’influsso di fattori interni quali logiche clientelari, esigenze dell’industria militare e dalla capacità politica delle burocrazie delle ‘stellette’ di mantenere i propri privilegi.
Le rendicontazioni annuali del bilancio dello stato, le note della Nato sulle spese militari assieme alle relazioni della Corte dei conti sono le fonti di informazione del contributo di Nascia e Pianta che, decifrando l’evoluzione delle tecniche della contabilità di stato, hanno cercato di mettere in rilievo gli aspetti che possono fornire un’interpretazione basata su fonti e dati ufficiali della storia della spesa militare.
Già la lettura del confronto della dinamica della spesa effettiva del ministero della difesa dal 1948 ad oggi con la spesa militare complessiva trasmessa annualmente dal governo alla Nato, evidenzia una progressiva divaricazione fra i due livelli di spesa, ovvero una crescita sempre più evidente della spesa militare rispetto al bilancio del ministero della difesa, oggi in grado di spiegare solo il 65% del totale della spesa militare a causa dello spostamento della stessa presso altri ministeri e grazie a una politica di privilegi in materia previdenziale che consente ancora oggi al personale in uniforme l’accesso alle baby-pensioni precluse al resto dei lavoratori.
I due autori analizzano sotto la luce degli orientamenti politici dei governi (e dei presidenti del consiglio) che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi le dinamiche di spesa e mettono in risalto come le spese militari del solo ministero della Difesa sia quadruplicata in 50 anni, nonostante una ‘vulgata’ a favore di risorse inferiori alle necessità, partendo da 10.000 miliardi di lire a valori costanti alla fine degli anni 40 fino a 40.000 miliardi nel 2006 e nel 2007 anche se con alcune accelerazioni e di contrazioni.
Nel tempo l’evoluzione della spesa della difesa parte dalla crescita sostenuta per il riarmo, sotto l’egida degli aiuti Usa, dei primi anni ’50 seguita da un decennio di stabilità nel periodo di governo centrista, e poi da altri 15 anni di crescita fino alla pausa dovuta alla recessione del 1973 e ai governi di unità nazionale. Negli anni 80, grazie anche alle leggi promozionali la spesa per la difesa cresce in maniera sostenuta raggiungendo il suo picco nel 1988, per poi nuovamente stabilizzarsi per l’azione congiunta della caduta del muro e delle esigenze di bilancio di governi sempre più alle prese con il servizio di un debito in alta crescita. Dal 1995 la strategia delle missioni internazionali assieme alla professionalizzazione delle forze armate sono riuscite sia a riassorbire tutto il dividendo della pace sia spostare in altri capitoli di spesa del bilancio pubblico le spese militari mostrando una capacità di trovare un ‘consenso bipolare’ alla sua dinamica e una forte pervasività in altri settori ‘civili’ dello stato.
Gli autori affrontano anche nodi ancora irrisolti tipici della spesa militare che ne definiscono la qualità e che spesso si nascondono sotto gli aspetti più tecnici delle regole contabili. Così si scopre come la scarsa trasparenza, l’inaffidabilità delle previsioni di spesa e i residui passivi, ovvero l’incapacità di rendere effettivi gli impegni di spesa, siano una tradizione costante dell’amministrazione della difesa. Le strategie di acquisizione degli armamenti vengono realizzate in mercato nazionale monopolizzato da un singolo gruppo imprenditoriale, con politiche di spesa che, come segnala da anni la magistratura contabile, sono discutibili sotto diversi profili: scarsa programmazione, mancato coordinamento fra corpi armati, scarsa trasparenza per eccesso di procedure di acquisto tramite trattativa privata (come il modello Protezione civile, che storicamente nasce proprio dalla stessa macchina burocratica), ingessamento della spesa per decenni per programmi d’armamento di lungo periodo spesso risolti in clamorosi insuccessi come l’Eurofighter o per armi che non servono alla difesa del territorio quanto all’invio di forze militari nel resto del mondo al di fuori del dettato costituzionale.
I nodi irrisolti della qualità della spesa divengono ancor più paradossali se inseriti in un’agenda politica che dibatte sulla qualità della spesa sanitaria in cui i costi storici delle forniture dovranno essere sostituiti da quelli medi, logica sconosciuta da una amministrazione che ha preferito per decenni tutelare e favorire i propri fornitori, non solo per le armi ma anche per le infrastrutture, spesso oggetto di scandali e di sprechi.
Al termine della lettura del saggio di Nascia e Pianta diventa più forte l’esigenza di una riforma della spesa militare che vada in direzione di maggiore trasparenza e di una riflessione sulla direzione dei tagli alla spesa pubblica valutando quanto sia più utile e urgente il taglio delle spese culturali, di ricerca e di istruzione o la riduzione, come in Germania, delle spese militari.

“La spesa militare in Italia, 1948-2008”, di Leopoldo Nascia e Mario Pianta, in “Gli italiani in guerra” (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009)

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