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Quello che il prezzo di un cibo non ci dice.

E’ di Dicembre 2008 la pubblicazione del Rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca sull’ambiente), organismo pubblico che si occupa tra l’altro di monitorare l’impatto sull’ambiente dei prodotti chimici usati dall’agricoltura. Secondo il rapporto il 57,3% delle acque superficiali (fiumi e laghi) sono contaminate da pesticidi, di cui il 36,6% oltre i limiti previsti per le acque potabili. Per quanto riguarda le falde sotterranee sono contaminate il 31,5% di quelle controllate.
Alcune sostanze sono mutagene o cancerogene, alcune interferenti endocrini, ovvero alterano l’equilibrio ormonale. Altre sono definite come persistenti bioaccumulatori tossici (Ptb), sostanze che si degradano lentamente nell’ambiente e si installano nel grasso umano e animale. Nel 17% delle acque è stata risontrata Atrazina, un famoso erbicida usatissimo in pianura padana, vietato 17 anni fa, ma ancora, come si vede, presente, a dimostrazione che l’ambiente fatica a metabolizzare 50-60 anni di pesticidi.


L’altra faccia dell’inquinamento delle acque è la desertificazione delle terre, anche qui gli studi dell’Apat (Agenzia per l’ambiente e il territorio) ora confluita nell’Ispra, dimostrano chiaramente come l’agricoltura industriale attualmente praticata sia tra le cause antropiche del fenomeno la più impattante: perdita di sostanza organica, salinizzazione (accumulo nel terreno di sali solubili legati alla fertirrigazione), compattamento (uso di macchine agricole più grandi e pesanti), deforestazione, zootecnica (abbandono dei pascoli in collina e montagna e concentrazione di enormi allevamenti in pianura con il loro impatto di smaltimento di liquami con concentrazioni altissime).
Tutto questo l’etichetta di un cibo che compriamo non ce lo dice. Il prezzo di un cibo non ce lo dice. E’ il paradigma dell’agricoltura industriale basato sul crescente uso di imputs tecnologici, sulla disponibilità di petrolio fino ad oggi abbondante e poco caro, che ha come conseguenza una forbice sempre più divaricata tra l’enormità di energia applicata e l’energia ricavata. Paradigma dell’agricoltura industriale e paradigma del cibo, declinato nelle sue varianti del già pronto, dei salti in padella, dei bastoncini, delle panatine, delle sottilette, di spinacini in aria modificata. E’ come se la carota, ma vale per la zucchina, la carne di pollo o di maiale siano occultati, nascosti, risucchiati nella nuova forma di merce, forma finale che inghiottisce l’altro: carote, zucchine, polli e maiali sono tutti uguali indipendentemente dalla loro qualità e dalle modalità di produzione.
Alla fine tutto ciò che è stato occultato in tutto questo modello di cibo sono la terra, l’acqua, l’aria. Occultati i costi ambientali (economici) associati con questo sviuluppo dell’agricoltura, degradati a fattori trascurabili, inevitabili, un noioso effetto collaterale rinviabile, cui al massimo si può dare un valore in moneta, così da contabilizzarlo nel grande buco nero del PIL. Quella che potremmo definire la sindrome del Suv, ho i soldi, pago, dunque ho diritto a comprarmi un Suv per andare in città, occupare due posti al parcheggio e pagarne uno o consumare 4 volte e pagare il carburante allo stesso prezzo dell’autobus pubblico. Pagare, comprare il diritto di inquinare. Acquistare in Europa in Gennaio un mazzetto di asparagi che vengono dal Perù, o 50 grammi di prezzemolo tritato in una vaschetta di plastica che ha inquinato prima per essere prodotta e dopo per essere smaltita. pagare 29 € e 80 al chilo che cosa: il prezzemolo o la vaschetta?
Tutto questo il prezzo della vaschetta di prezzemolo tritato non me lo dice e nemmeno il suo contraltare, il sacchetto di 3 chili di arance a 1 € e 50, raccolti dai nuovi schiavi, clandestini da 20 € al giorno.
Perchè? Si può pagare il diritto di inquinare avendone i sodi?

Categories:   Ecologia/Ambiente