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Emergenza silenziosa

Ad un mese dal ritrovamento della nave Cusky, nulla è stato fatto né per mettere in sicurezza la zona, né per recuperare il relitto, né tanto meno per scoprire autori e mandanti di quello e di altri affondamenti. Tale situazione non può che portare a pensare che in realtà sulle navi dei veleni non si voglia fare luce.
Ormai un mese fa veniva scoperto, a seguito delle dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, il relitto della nave Cusky fatta affondare al largo di Cetraro con a bordo un grosso carico di materiale radioattivo. Le immagini dei bidoni arrugginiti, riprese dal robot sottomarino che ha raggiunto la nave hanno aperto un armadio dentro al quale si sta trovando più di uno scheletro.
Nonostante questo, finora, ancora nulla di concreto è stato fatto, né per mettere in sicurezza la zona, né per recuperare il relitto, né tanto meno per scoprire autori e mandanti non solo dell’affondamento della Cusky ma anche di tutte le altre navi che secondo il Fonti giacciono al largo delle nostre coste e di quelle africane.
Di navi e bidoni radioattivi pare, infatti, ce ne siano molte, e la cosa, a detta di chi se ne è occupato negli anni, non è una novità.
Era il 1990 quando la famosa nave da carico Jolly Rosso si arenò, nel Dicembre di 19 anni fa, di fronte ad Amantea.
Nella sua stiva si trovavano 9532 fusti di rifiuti tossici.
Su questo caso indagarono il capitano di fregata Natale De Grazia – poi morto in circostanze misteriose nel 1995 e premiato con una medaglia nel 2005 dal Presidente Ciampi per il proprio lavoro – e la giornalista Ilaria Alpi, che secondo lo stesso Francesco Fonti venne uccisa a Mogadiscio perchè era andata troppo vicino alla verità sui traffici delle ecomafie.
Nel 1990 la nave da carico Jolly Rosso si arenò: nella sua stiva 9532 fusti di rifiuti tossici
Dice il Fonti: «ho portato di persona rifiuti radioattivi nel Corno d’Africa. Quando arrivavamo al porto di Bosaso i militari italiani si voltavano dall’altra parte. Sono convinto che Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto proprio lì cose che non doveva vedere».
Nonostante queste clamorose affermazioni fatte dal pentito nel 2005, nel 2006 l’On. Carlo Taormina presidente della Commissione “Ilaria Alpi”, chiude il caso Alpi come un tentativo di sequestro finito male.
L’inattività odierna delle istituzioni, sia italiane che europee, oltre ai quasi venti anni di indagini senza risultati e condanne, non può che portare a pensare come in realtà sulle navi dei veleni non si voglia fare luce. “Potrei annunciare che ho pronta un’interrogazione parlamentare, ma aggiungo per onestà che servirà a poco” – dice il vice-presidente della commissione trasporti Luca Barbareschi in un’intervista a l’Espresso – “È evidente che, a livello internazionale, i governi si sono accordati per affondare scorie radioattive. Dopodiché hanno fatto il possibile per cancellare le tracce, fregandosene altamente della nostra salute”.
Ed è proprio la salute ad essere in pericolo in Calabria. A Paola, comune che si trova tra Cetraro ed Amantea, su 12590 pazienti, la percentuale di giovani ammalati di tumore è ben quattro volte più alta della media nazionale.
Un dato enormemente cresciuto negli ultimi 10 anni, spiega il dottor Cosimo De Matteis, che aggiunge che “questi sono i primi dati che abbiamo…Fino a qualche anno fa avevo pazienti ultracentenari, oggi neanche uno. Le ricerche sono state fatte a Paola, ma ora ci si augura che anche i medici degli altri paesi costieri incrocino i dati per vedere se il fenomeno riguarda tutta la zona o no”.
Ci si trova quindi di fronte ad un problema ambientale e sanitario, oltre che legale e politico, ed è per questo motivo che una risposta delle istituzioni è oggi più che mai obbligatoria ed urgente.
Il fatto è, in Calabria come in Campania (ricorderete l’emergenza rifiuti), che le ecomafie sono redditizie per chi smaltisce, utili a chi deve liberarsi di rifiuti scomodi e soprattutto sono silenziose: non fanno rumore, le conseguenze arrivano solo dopo anni e solo se le si vuole veramente verificare, cosa che succede, purtroppo, molto di rado e solo in casi estremi.
Una cosa, però, bisogna tenere a mente. Il mare, in un modo o nell’altro, restituisce sempre ciò che viene nascosto nelle sue profondità. A dimostrazione di questo l’inchiesta si già estesa al tratto di mare di fronte a Livorno dove altre dichiarazione del pentito Fonti parlano della presenza di altre navi affondate.
Nonostante questo, lo Stato, in particolare nelle vesti del ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, pare paralizzato, incapace di decidere come muoversi, quasi avesse paura di ciò che potrebbe essere trovato nei fondali tirrenici….o forse, e lo dico con un po’ di malizia, proprio perché sa…
Il rischio di questo immobilismo, figlio di quasi venti anni di affondamenti di navi, è quello di assistere, dopo Abruzzo e Sicilia, ad una nuova emergenza, forse senza morti sulle strade, ma con conseguenze che in tutta Italia e nel mediterraneo rischiamo di pagare per molti, molti anni.

Categories:   Ecologia/Ambiente, Giustizia