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Lavoro rinnovabile

Quando si parla di energie rinnovabili e risparmio energetico, almeno sui media tradizionali, la parte che risalta sempre di più è quella relativa ai benefici ambientali che ne conseguono in fatto di diminuzione di sostanze tossiconocive e di CO2 che, come ben noto, ha considerevoli effetti sul riscaldamento globale. Raramente nei dibattiti si fa riferimento agli effetti che l’utilizzo di questa tecnologia è in grado di generare sulla competitività e quindi sullo sviluppo economico e sociale.

Va infatti evidenziato che le energie da fonti rinnovabili, quelle vere (ricordo che in Italia rifiuti e pece sono rinnovabili solo ai sensi della legge) si basano principalmente su sole, vento, maree, temperatura del sottosuolo, movimento delle acque; risorse a disposizione di tutti e che se ben sfruttate porterebbero un paese, naturalmente nel giro di qualche decennio,  all’autonomia energetica e quindi a svincolarsi dai picchi ormonali/politici di quei pochi paesi detentori delle fonti fossili. Va ricordato, altresì, che le fonti rinnovabili sono gratuite quindi una volta ammortizzato il costo delle infrastrutture necessarie alla loro trasformazione in energia è possibile godere di una produzione a bassissimo costo (manutenzione e gestione degli impianti).

Potete voi stessi immaginare cosa voglia dire questo per la competitività di un paese. Pensate ai costi di un’azienda per il proprio fabbisogno energetico (energia e riscaldamento) e pensate ai benefici che ne avrebbero se potessero dimunuirli del 50-60%. Abbiamo già degli esempi che vanno in questa direzione, anche se su piccola scala Provaglio d’iseo e Torraca hanno dimostrato quanto sia vero tutto ciò, anche se per la completa autonomia la strada da fare non è breve. Già diversi sono i paesi che hanno capito questo aspetto e che di conseguenza hanno dirottato le loro politiche energetiche in questa direzione. I paesi scandinavi per primi, ma anche la Germania che ha stabilito di portare la produzione di energie da fonti rinnovabili al 90% del fabbisogno entro il 2050 ed infine gli USA che con Obama hanno deciso di investire miliardi di dolari in questo settore.

I paesi che non seguiranno questi esempi subiranno un declino economico e sociale catastrofico. E purtroppo mi pare di intravedere uno scenario simile nel nostro paese che ha deciso di investire miliardi di euro nel nucleare che, oltre a necessitare di uranio che non possediamo, sarà in grado a costi esorbitanti di soddisfare solo il 3-4% del fabbisogno nazionale.

Investire nel settore delle rinnovabili adesso, significa dare anche un immediato impulso all’economia e creare anche a breve termine numerosi posti di lavoro. A conferma di questo troviamo diversi ed autorevoli studi come quello realizzato da greenpeace ed EREC (European Renewable Energy Council) dal titolo “Lavorare per il clima” in cui si analizza il risvolto occupazionale nel caso vi fosse una radicale svolta verso l’energia rinnovabile.

Circa 2,7 milioni di posti di lavoro in più nel settore energetico nei prossimi 20 anni” è la conclusione di questo articolato ed approfondito rapporto in cui si evidenzia anche che “se il mondo continuasse ad ottenere la maggior parte della propria energia da combustibili fossili, mezzo milione di posti di lavoro sarebbe perso tra il 2010 ed il 2030“. Nel rapporto si fa in oltre specifico riferimento alla situazione italiana “i posti di lavoro ottenibili in Italia al 2030 sarebbero 96 mila tra produzione di energie rinnovabili ed efficenza” tenendo conto della sola occupazione diretta. “L’indotto, che non viene considerato nello studio, può essere molto considerevole, arrivando almeno a raddoppiare i dati relativi all’occupazione diretta“.

Le stime di questo rapporto sarebbero confermate da altri due studi: uno realizzato dal GSE (Gestore Servizi Elettrici) in collaborazione con la Bocconi che stima almeno 100 mila nuovi posti di lavoro investendo nelle rinnovabili e raggiungendo gli obiettivi europei previsti dal pacchetto Clime e Energia; ed uno realizzato da ANEV e UIL che invece indica in 66 mila posti il potenziale occupazionale nell’energia eolica.

La Puglia ha sole e vento in abbondanza, ma intende investire nel carbone (infrastrutture ed ampliamento di Cerano) e nei Termovalorizzatori (Vendola ne ha annunciati 5). Chi ha investito seriamente nelle rinnovabili ha visto nascere nei propri territori aziende del settore creando così numerosi posti di lavoro. A noi quando sprofondiremo definitivamente non ci rimarrà che sventolare bandiere e vele.

Categories:   Ecologia/Ambiente, Economia/Lavoro